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“E’ Natale, scrivo a voi giovani, per riscoprirlo insieme”

Il vescovo Egidio, anche sulla scia di una priorità dell’anno pastorale, con attenzione mirata alla nuove generazioni, apre il cuore appunto ai giovani cercandoli nella notte del Dio fatto bambino

“E’ Natale, scrivo a voi giovani, per riscoprirlo insieme”

Vorrei dedicare questa riflessione di Natale ai giovani. Ai tanti che fin’ora ho incontrato, e ai tanti che ancora non conosco. Un po’ perché sono loro i destinatari privilegiati delle iniziative diocesane dell’anno pastorale, ma non solo. Mi piace partire dai giovani soprattutto perché attraversano un’età nevralgica, delicata, in alcuni casi decisiva, e per la quale dunque il Natale potrebbe possedere significati e risonanze particolari.
Giovani di oggi, adulti di domani
Un giovane è un uomo in formazione; è un concentrato di energie e potenzialità; è uno sguardo stupìto sul mondo; è oggetto di infinite sollecitazioni e soggetto di continue scelte. Ogni giorno, un ragazzo costruisce ciò che sarà, definisce il suo volto, assume lineamenti sempre meglio marcati. Consapevoli o no, è negli anni complessi dell’adolescenza che scegliamo che tipo d’uomini saremo. Perciò mi chiedo: in quel laboratorio, in quel cantiere aperto, che importanza può avere il Natale? O, meglio, quanto ha voce in capitolo il Gesù che nel Natale nasce?
A sentire i giovani stessi, non molta. Quante volte, parlando con loro, ci tocca ascoltare l’espressione “per adesso”, chiave per ogni rinvio a data non specificata! “Per adesso” non ci pensano, per adesso non si pongono il problema; per adesso non vanno a Messa e riterrebbero ipocrita e poco coerente andarci giusto a Natale. Per adesso vogliono divertirsi e godere un’età irripetibile. In fondo, è una posizione comprensibile, che si giustifica con la ricchezza stessa dell’età giovanile e con la mentalità contemporanea, tutta volta a un edonismo immediato e remunerativo nel breve.
Il Natale e il cuore
Ma ora è Natale. E la forza prorompente della nascita di Cristo, cioè dell’iniziativa di Dio, non può fermarsi di fronte al dato biologico e culturale. Nella notte di Natale, anche molti di quelli che raramente vanno a Messa trovano il coraggio di rispondere ad un appello più forte. Ebbene: il mio augurio è che, in tale circostanza, davvero possano incontrare il Signore, e riconoscerlo. Purtroppo o per fortuna, non dipenderà dalle parole che ascolteranno, o solo in parte. Dipenderà piuttosto dalla disposizione e dalla disponibilità del loro cuore. Certo è che un incontro vero e profondo con il Dio di Gesù Cristo è possibile. Anche in una manciata di minuti. Ha scritto Angelo Silesio, un convertito del Seicento tedesco: “Anche se Cristo nascesse mille e diecimila volte a Betlemme, a nulla ti gioverà se non nasce almeno una volta nel tuo cuore”. Dunque, il luogo che conta è il cuore. E forse non è neppure necessario che siamo coscienti della nostra apertura a Dio.
Racconta lo scrittore-poeta Paul Claudel che la sua conversione avvenne un giorno di Natale in cui si era recato a Notre-Dame di Parigi, lui ateo, per cercarvi con fredda curiosità intellettuale uno spunto narrativo, un’idea su cui incentrare un racconto decadente. Un coro di bambini vestiti di bianco cantava il “Magnificat”. Ricorda Claudel: “Io ero in piedi tra la folla (…) In quel momento capitò l’evento che domina tutta la mia vita. In un istante il mio cuore fu toccato e io credetti. Credetti con una forza di adesione così grande, con un tale innalzamento di tutto il mio essere, con una convinzione così potente, con una certezza che non lasciava posto a nessuna specie di dubbio che, dopo di allora, nessun ragionamento, nessuna circostanza della mia vita agitata hanno potuto scuotere la mia fede né toccarla”. Beato Claudel, verrebbe da dire. Privilegiato, se poté improvvisamente avere – sono parole ancora sue – “il sentimento lacerante dell’innocenza, dell’eterna infanzia di Dio”. Basta questo. Basterebbe: che ciascuno di noi, e soprattutto i giovani, portassero dentro di sé, da oggi, il ricordo vivo, la certezza dell’innocenza di Dio. Perché questo costringerebbe tutti noi a cercare di essere a nostra volta innocenti, puri, santi.
Il senso vero del Natale
Del resto, al Natale siamo giunti accompagnati dalle letture che la Chiesa ci ha proposto con pedagogica sapienza durante tutto l’Avvento. E anche questa notte le ascolteremo. Esse ci suggeriscono due possibili chiavi di lettura, complementari. Da una parte certamente esiste una poesia del Natale; ma ad essa risponde un realismo del Natale. Poesia fu l’amore dei due sposi, la gioia per la nascita di un figlio, la pienezza di un disegno d’amore verso l’umanità che Dio andava compiendo. Realismo è tuttavia saper anche vedere i segni dell’umanità e della fatica presenti nel presepe: alla stalla giunsero per il cuore chiuso di tanti, che non li accolse; i pastori erano peccatori, povera gente, gente infida, emarginata; nella notte, il bambino sembra simboleggiare più la precarietà che la gloria. Che dire, allora? Da chi lasciarsi vincere? Forse, né dalla poesia né dal realismo. Ma dal senso vero del Natale, come lo additava qualche giorno fa una lettura dalla lettera agli Ebrei. “Ecco, io vengo a fare la tua volontà”, diceva Gesù rivolgendosi al Padre. Ed è tutto, anche per noi. Perché anche a noi il Natale chiede di fare la volontà di Dio, cioè di seguire Cristo convertendoci al Vangelo. Di fatto, senza conversione Natale non è nulla, è solo incanto da bambini.

+EGIDIO, vescovo

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