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Natale di guerra ‘44

Venti partigiani braccati in una grotta sulla “Tura”.  Racconto struggente da parte di Albino Morandini ne “Il prete dei ribelli”.

Natale di guerra ‘44

Durissimo inverno partigiano di settant’anni fa, nei giorni precedenti il Natale ‘44. Dopo ripetuti attacchi alle Langhe, i nazifascisti attaccarono le bande nelle Valli monregalesi. I ribelli tentarono di contrastarli, ma dovettero ripiegare all’insù, verso i monti, cercando di far perdere le tracce sulla neve.
Fu allora che il Distaccamento della Tura (affidato al tenente fariglianese Beppe Milano reduce di Russia e comprendente giovani dei Circoli cattolici di Mondovì e dintorni) dovette far saltare il rifugio “Mettolo Castellino” stipato di materiali aviolanciati perché non cadessero in mani nazifasciste. Per sette giorni e sette notti quei giovani – una ventina in tutto – vagarono braccati, affamati, intirizziti per i monti: fin che trovarono rifugio in un’esigua caverna sotto la cima Durand. Il loro comandante avvampava di febbre. Don Beppe Bruno, coraggioso “prete dei ribelli”, condivideva con loro angosce e sofferenze cercando d’infondere coraggio in quel drammatico Avvento.
Un documentato e coinvolgente racconto di quell’avventura è nelle pagine centrali de “Il prete dei ribelli” di Albino Morandini, (ed. CEM 2011). Ed a confermarlo commosso, parola per parola, è l’amico Franco Luigi Motta, carassonese: uno degli ultimi protagonisti, che in quel Natale compiva vent’anni, e ora sta per compierne novanta. Ma ecco, con qualche piccola riduzione, il racconto di Morandini.

Insieme a don Bruno “prete dei ribelli” ed al tenente Beppe Milano moribondo

Sul pendio precipitante verso la Valle Ellero c’erano artesini coperti di neve dura, gelata. Bisognava marciare guardinghi. Davanti alla caverna s’inginocchiarono nella neve uno alla volta e si infilarono strisciando per superare l’imboccatura. Tastando con le mani avanzarono nel primo tratto che aveva pietre aguzze sotto e anche sulla volta. Aiutarono il comandante Beppe Milano prendendolo sotto le ascelle e tirandolo per le braccia; poi lo sistemarono sopra sacchetti di pasta che erano quasi al centro nella parte superiore della grotta. Gli misero uno zaino sotto la nuca, lo coprirono con coperte. Beppe gemeva tra le labbra gonfie; sudava, respirava con difficoltà.
Accesero una lampada a nafta che faceva molto fumo. Due partigiani andarono fuori a riempire una casseruola di neve e strappare degli artesini per scaldarsi e fare un po’ di te. Poi si calarono sul viso i passamontagna del lancio aereo e si ravvoltolarono nelle sciarpe e nelle coperte, raggomitolati l’uno accanto all’altro sulle aguzze pietre fredde. Anche le coperte sapevano di fumo.
Erano in tutto diciannove uomini, nella caverna: sedici della Tura, più don Beppe, Vanni e un meridionale. Non sapevano quanti giorni e quante notti avrebbero dovuto restare lì. I ricordi di casa riaffioravano e lasciavano come un vuoto dentro. Erano molto stanchi, e alcuni precipitarono in un sonno duro, da ghiro...
Don Beppe cominciò la messa. Erano pressapoco le nove. Al Vangelo parlò ai ragazzi: “Oggi inizia nelle nostre parrocchie la novena del Santo Natale; noi siamo qui a cominciarla in una grotta povera e umida come quella di Betlemme. E non c’è nemmeno qualche animale e riscaldarci”. Una breve pausa, poi: “Così siamo più vicini a Gesù Bambino. A Lui affidiamo i nostri cuori e la nostra vita”.
…Beppe sotto le coperte stava sempre peggio. Muoveva le labbra, ma le parole uscivano stente. Barba lunga, faccia affilata, sembrava di cera. Suo fratello Nicola non lo lasciava un minuto: “Beppe, vuoi qualcosa? Un alpino come te...”. Beppe faceva cenno di no. Erano senza medicine: bisognava pensare di portarlo giù. Quel mattino don Beppe disse messa alle otto e mezza. Consacrò l’ostia con le mani gonfie di geloni e cipollature. Fecero la comunione generale.
Se i ragazzi avessero potuto intuire ciò che farfugliava nella testa del loro cappellano avrebbero saputo che stava pensando: “Qui adesso mi sento prete: i ragazzi riconoscono che sono per loro qualcosa di più di un compagno; mi chiedono la benedizione, l’assoluzione. E io devo dare e non posso pensare a ricevere qualcosa per me. E’ il peso del sacerdozio. Quando la stanchezza mi schianta, quando m’afferra la paura, continuare a dare a tutti i costi, anche con le mani vuote, confortare e incoraggiare anche quando il cuore è ridotto a nulla. E tutti si chinano e inginocchiano: anche i più lontani”.
Passarono diversi giorni nella caverna, in quella vita da uomini primitivi; e Beppe peggiorava. Si doveva tentare di scendere al piano a rifornirsi di medicine e viveri, a sapere delle nuove...
A. M.

(Però giù al “pino di Baracco” stazionavano pattuglie nemiche: impossibile passare di lì col chiaro. Così almeno riferirono Nandino e Zaratustra usciti in esplorazione. Ma don Beppe: “Io vado, passerò col buio”. Zaratustra volle accompagnarlo. Don Beppe si fece il segno di croce e intonò “Veni Sancte Spiritus”... Tornarono avventurosamente tre giorni dopo con qualche rifornimento; e la sera del 23 dicembre tutti uscirono carponi dalla caverna. Stesero il moribondo s’una slitta per il fieno e con fatica e rischio raggiunsero Prea, poi Villanova e l’Ospedale di Piazza dove i medici, di nascosto, tentarono un disperato intervento. Ma dopo giorni d’agonia, il comandante Beppe Milano morì, proprio mentre moriva quel tragico 1944).

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