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S/Cultura. La censura delle statue nell'immaginario occidentale.

Il recente e discusso caso di una statua di Epaminonda coperta a Cairo Montenotte rinfocola la polemica su arte e censura. Un breve excursus sul tema, tra censure vecchie e nuove.

Parole chiave: censura (1), Epaminonda (1), Lorenzo Barberis (88), scultura (2)
S/Cultura. La censura delle statue nell'immaginario occidentale.

Stando a recenti news, un’opera d’arte raffigurante l’eroe tebano Epaminonda sarebbe stata coperta a Cairo - quello ligure, non quello egizio - nel corso dello svolgimento di una manifestazione interculturale. Il condizionale è d’obbligo perché la questione è narrata in più versioni (vedi qui per un riepilogo). Ma qui la vicenda ci interessa come spunto di partenza: al limite, potrebbe essere simbolico che la statua velata celebri l’ultimo grande condottiero politico della Grecia libera, l’artefice dell’egemonia tebana ispiratore di Filippo II e quindi di Alessandro Magno.
Se questo caso può essere dubbio, ve ne sono infatti altri più certi, come le statue – nude e pagane - coperte durante la visita del premier iraniano Rouhani nel 2016 (vedi qui). Anche in questo caso non è chiara la ricostruzione del fatto, presentato come un eccesso di zelo come al solito privo di padri. Se preoccupa la copertura delle statue, ben più grave appare la distruzione delle stesse. Un fenomeno presente, sotterraneamente, anche prima, ma emerso all'attenzione globale nel 2001, con la distruzione delle statue colossali dei Buddha in Afghanistan, poco prima degli attacchi alle Torri Gemelle, divenuto un primo simbolo della guerra all'arte del fondamentalismo. E l'ISIS si distinguerà ancor di più in questa pratica, una volta raccolta la nefanda eredità di Al Quaeda. 

La distruzione o nascondimento della statua è un atto censorio più mediatico di quello che riguarda altre forme d'arte, innegabilmente, forse per il maggior valore plastico della stessa. La tradizione è antichissima, e già i faraoni egizi distruggevano spesso i simulacri dei loro predecessori, perché non offuscassero la loro natura divina. Naturalmente, si tratta di un aspetto presente anche nella storia del cristianesimo: storici come Eusebio attestano la distruzione di statue pagane da parte dei cristiani da Costantino in poi, anche se naturalmente la nuova religione avrebbe tutto sommato convissuto con i resti di questo passato illustre. L'iconoclastia orientale, tra VIII e IX secolo, si scagliò nuovamente verso le statue anche cristiane, ritenendole una forma di idolatria; ma chiusa questa parentesi la figurazione - pittorica e scultorea - venne accettata. Una nuova stagione iconoclasta si sarebbe aperta col primo protestantesimo, che nuovamente rifiuterà l'immagine sacra procedendo anche, in alcuni casi, a distruzioni di statue.

Il Rinascimento, del resto, aveva visto una fioritura di arte anche esplicitamente pagana, quella che oggi crea spesso problemi diplomatici: nudo classico e divinità politeiste. Il caso più celebre è però pittorico, quello di Daniele Da Volterra, divenuto famigerato come il Braghettone, incaricato di coprire le nudità del Giudizio Universale di Michelangelo nel 1565. Le impalcature del suo intervento furono tolte giusto in tempo per l’elezione del nuovo pontefice, che risultò l’allora vescovo monregalese Michele Antonio Ghislieri, salito al soglio pontificio come Pio V. Proprio a Mondovì, nel 1585, il visitatore apostolico Scarampi ordinò di imbiancare numerose figurazioni non più religiosamente ortodosse (e anche, mi pare, di rimuovere alcune statue e alcuni crocifissi non rispondenti alla nuova estetica tridentina); mentre gli interventi di copertura del Giudizio Universale non si esaurirono qui, e continuarono imperterriti a più riprese fino a un ultimo intervento nel 1825, mentre continuarono fino a Pio IX incluso, anche i casi di censura di nudo statuario. 

Interessante notare che su tale censura religiosa moralistica vi sia un certo dissidio tra le fonti: quelle più ufficiali e prudenti parlano solo di "censura" del nudo, molte fonti più vicine al mondo cattolico si limitano a parlare di una copertura tramite le proverbiali, e bibliche, "foglie di fico" aggiunte alle statue (spesso anche sgraziati panneggi bronzei), mentre alcuni autori più critici sostengono si sia giunti anche alla mutilazione delle statue.

Nel Novecento europeo, l'iconoclastia statuaria si lega maggiormente al tema dei totalitarismi, con l'abbattimento delle statue legate ai regimi fascisti nel 1945, e a quelle dei regimi comunisti dal 1989 in poi. In alcuni casi si tratta di rimozione, in altri di abbattimento fisico, con strascichi lunghi in questo "passato che non passa": una delle ultime statue di Francisco Franco abbattute risale al 2016, dopo una vicenda travagliata. E nell'America di Trump è oggi la volta dell'abbattimento delle statue degli schiavisti e dei "colonizzatori", in primis il nostro Cristoforo Colombo.

Insomma, la storia della S-Cultura, della censura più o meno aggressiva della figurazione statuaria è lunghissima e ramificata, prima e dopo dei Buddha del 2001 e dei loro numerosi epigoni. Un caso, a suo modo, riguardò anche Mondovì, e la notissima e simbolica scultura della "Goj d'ese a Mondvì", posta nel 2002 e raffigurante un girotondo di sei bambini nella rotonda all'ingresso di Breo. Dopo la sua costruzione, infatti, varie polemiche portarono a tracciare il disegno di stilizzate mutande in modo di non far pensare a una nudità nemmeno accennata. Il Braghettone è vivo, e lotta assieme (contro?) a noi.

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