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Manolo: la giovinezza, la paura, l’immortalità. «Arrampicavo per sentirmi me stesso» - INTERVISTA

Intervista al filosofo dell'alpinismo, a Mondovì per una sera

Manolo: la giovinezza, la paura, l’immortalità. «Arrampicavo per sentirmi me stesso»

Ci sono interviste che valgono la pena di essere fatte anche senza sapere dove andranno a parare. Che meritano a prescindere: perché il personaggio è così unico, così forte, così fuori dagli schemi che la chiacchierata in sé è parte del messaggio. Manolo è uno di questi. L’uomo-ragno che negli anni ’70 e ’80 ha fatto quello che nessuno pensava fosse possibile fare. E spesso lo ha fatto da solo. Mercoledì sera, 21 novembre, Manolo – all’anagrafe Maurizio Zanolla, bellunese, 60 anni spaccati – era a Mondovì come ospite del CAI per presentare il suo ultimo libro: “Eravamo immortali”.

Manolo è uno che ti risponde a domande che non sapevi di avergli posto. Parla con gli occhi che si muovono come a cercare l’orizzonte anche dentro una stanza. E ha le iridi di un azzurro talmente chiaro che ti viene da pensare che il ghiaccio della Marmolada se lo sia piantato dentro per non dimenticarlo più. Un guru dell’alpinismo, che però non racconta di alpinismo: racconta di vita vissuta, di ribellione, gioventù, incoscienza e coraggio. Un filosofo dell’arrampicata.

Uno che è capace di riassumersi così: «Non amavo la montagna, avevo paura del vuoto e non mi importava di arrivare in cima». Viene spontaneo chiedergli: ma allora, perché arrampicavi? «Per me stesso. Perché quella era l’unica cosa che mi faceva sentire libero. Stare lì, con la roccia nelle dita. Una roccia che a tutti sembra fredda e dura, e a me invece sembrava calda e morbida, viva come fosse una pelle. La prima volta che ho arrampicato… non mi sembrava la prima. Era come se lo avessi già fatto. Fino al giorno prima pensavo che il mio destino sarebbe stato quello di stare in fabbrica a mescolare tappi. La montagna mi ha salvato la vita». Nel suo libro racconta i suoi esordi. I giorni dell’incoscienza, della sfida con sé stessi, della voglia di salire “perché sì”.

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Il tuo libro si intitola “Eravamo immortali”. In che senso “eravate”? Chi è immortale non lo è per sempre?
È un discorso profondo. Non tutti si considerano tali. Ma io, con quella parola, mi volevo riferire alla forma di immortalità che si sente nella giovinezza, un’immortalità fatta di sogni, di ottimismo, di spregiudicatezza e anche, se vogliamo, la scelleratezza che si ha in quell’età.

Però oltre la scelleratezza tu parli anche dell’avere paura.
Questo è vero. Io racconto di una debolezza da un certo punto di vista, che può essere la paura di fronte all’ambiente della montagna. Racconto di come sono riuscito a vincerla, ma anche di come al posto di una sola paura ne abbia incontrate tante. Racconto dell’educazione che mi ha insegnato queste cose: una consapevolezza che mi ha portato a continuare ad avere paura ma a vincerla col coraggio. Perché più passava il tempo e più l’incoscienza se ne andava, lasciando dietro di sé un vuoto. E quel vuoto, dove stava la paura, andava riempito con una forma di coraggio.

Manolo è una delle icone del “no-limits” (ci scherza pure lui, sullo slogan di quella famosa pubblicità di orologi degli anni ‘90: «Mi chiesero di mettermi un orologio e mi diedero quattro lire»). Ma dei limiti parla eccome: «Al di là della fortuna, un percorso di consapevolezza e di formazione per comprendere i propri limiti è sempre necessario».

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Oggi però pare che “darsi un limite” sia quasi una regola imposta dalla società…
È vero, forse accade perché dobbiamo essere pratici. Ma non è detto che debba essere così per forza. In questo tipo di cose, trovare dei limiti è quasi una restrizione. Una forma di pessimismo terribile. Io voglio continuare ad avere una forma di ottimismo nell’uomo. Tra l’altro, con questo libro voglio anche pensare di lasciare un documento di un periodo, l’Italia degli anni ’60 e ’70, raccontando come eravamo.

Oggi, quando tutto diventa spettacolo, sarebbe possibile rivivere il tuo sport con lo stesso spirito con cui lo affrontavi tu con i tuoi compagni di arrampicata?
Penso che in quel periodo, quello in cui noi abbiamo vissuto quei momenti, ci fosse più spazio per le idee.

Secondo te c’è qualcuno che ha raccolto questo spirito? Potremo mai avere dei nuovi Manolo?
Premetto che non credo sia corretto fare dei paragoni, perché ogni epoca ha un proprio sviluppo e i problemi quotidiani e sociali che stanno attorno a noi pesano sulle scelte che facciamo anche in queste attività, che non sono poi così tanto distaccate dal contesto sociale. E in questo senso, se posso divagare, voglio anche dire che credo sia il momento di riflettere sulla nostra appartenenza all’ambiente: non voglio essere catastrofista, ma credo che si sia già passato un segno molto pericoloso. Tornando alla tua domanda, però, io credo che quello spirito sia rimasto e rimarrà. Credo che si possa ancora capire che abbiamo un punto di partenza ma non conosciamo l’arrivo: questa è la vera avventura, e la si avverte ancora. Magari è un movimento underground, ma c’è. Alcuni la praticano e lo fanno in modo straordinario. È la forma esponenziale di quello che noi abbiamo iniziato in quegli anni.

Il libro si conclude con quella che Manolo definisce la sua prima sconfitta. E non è stata una parete che non è riuscito a scalare ma, al contrario, una che ha fatto. Ma su cui ha dovuto piantare un chiodo. Il suo primo chiodo a pressione. «Non l’avevo mai fatto, non volevo farlo. E infatti non sapevo nemmeno come si facesse: quando ho martellato, mi sono aperto un dito. Io ero uno che vietava ai miei compagni di salita di portarsi i chiodi, gli perquisivo perfino gli zaini: non voglio avere questa sicurezza, dicevo. E alla fine l’ho usata, la salita mi ha sconfitto. È stata la sconfitta sportiva più grande della mia vita, quel giorno ho capito che qualcosa era cambiato per sempre. Ma è stata anche la più grande lezione: dalla montagna dovevo imparare anche a scendere».

Manolo: la giovinezza, la paura, l’immortalità. «Arrampicavo per sentirmi me stesso»
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