Il cantautorato di Nervi: “temo gli ideali, ma l’insicurezza mi fa osservare meglio la realtà”

Il giovane cantautore fiorentino si racconta dopo la vittoria del Premio Buscaglione di Torino

Mi vedo con Elia Rinaldi, in arte Nervi, in un giorno qualunque (10/10/2020, combinazione di cifre interessante), in un posto qualsiasi del quartiere Santa Croce di Firenze. Ci incontriamo nel cuore della città gentrificata, imborghesita, dove i mattoni dei palazzi sono ripuliti con cura quasi a lasciare che il sole risplenda nelle vie come la luce dei lampioni. Prendiamo due caffè – non mi dà manco il tempo di offrirglielo, il suo, maledetto! – e iniziamo una chiacchierata sulla sua carriera musicale da solista e i suoi recenti traguardi.

Nervi ha vinto il primo premio all'edizione 2020 di  "Sotto il Cielo di Fred" a Torino

Parliamo dei tuoi esordi.

Suono a Firenze da molti anni. Firenze è una realtà in cui ci si conosce e si è formato un ambiente definito nel corso degli anni. Per me è quindi una sicurezza, perché so che la data va bene, ma dall’altra spesso mi chiedo che tipo di sicurezza sia: è così solo perché viene molta gente? O forse perché è una bella serata? Per questo sono sempre un po’ nervoso a suonare nella mia città.

 

Sei reduce dalla vittoria del premio Buscaglione e da un concerto speciale alla Limonaia (Firenze).

Alla Limonaia c’era un’atmosfera speciale. Ti dirò: questo fatto dei concerti da seduti per certi versi è molto limitante, per altri mi porta ad avere un rapporto diverso col pubblico, soprattutto in posti particolari come l’anfiteatro della Limonaia. Ho fatto molti concerti in cui la gente era lì per altri motivi: ascoltare l’artista successivo, provarci con una tipa. Non mi dà fastidio questa cosa, ma sicuramente il silenzio durante i brani “chitarra e voce” è molto meglio di un brusio di fondo. A Torino è stato altrettanto bello. Il pubblico era seduto su sedie di plastica allineate e si è rivelato molto attento. Insomma, il Covid non ha buttato giù i miei live, ma sicuramente mi manca l’energia dei concerti dei tempi normali.

 

Beh, i tuoi pezzi sono più pop e “tranquilli” rispetto a quelli dei Finister, il gruppo con cui hai suonato per dieci anni fino all’anno scorso.

Sì, però sul palco mantengo una buona dose di violenza (sonora) in alcune parti dei miei pezzi. In questi concerti ho però imparato a instaurare un dialogo con il pubblico. Non canto per divismo, vorrei solo poter sfondare la barriera col pubblico e trasmettere un’emozione. Al Premio Buscaglione di Torino e a Bergamo ho conosciuto Eugenio Cesaro (degli Eugenio in via di gioia, n.d.r.), che mi ha stimolato a interagire di più col pubblico. Ciò può significare fermarsi nel bel mezzo della scaletta dei brani e parlare con la gente.

 

Ascoltando i tuoi brani ho notato tre grandi influenze. Una è sicuramente il cantautorato e la musica leggera italiana degli anni Sessanta (Tenco, Mina). Questo si vede soprattutto nelle melodie “dolci” e nei giri armonici. La seconda è di matrice più RnB/soul contemporaneo (Frank Ocean). La terza deriva dal post-rock e dallo slow core. C’ho azzeccato?

La prima componente è senz’altro molto puerile. Prima di arrivare a cantare in italiano, in età più matura (23-24 anni), ho voluto imparare molte canzoni della tradizione italiana per esserne ispirato. Ho interiorizzato pure le armonie di questi pezzi, tanto che le mani si posizionavano automaticamente sulla chitarra. Allo stesso tempo avuto una svolta verso la musica americana. Nei miei live però cerco di rendere i brani un po’ più chitarristici ed energici rispetto alle versioni in studio. Su questa scelta ha inciso molto un concerto di Motta qualche tempo fa. Il suo concerto mi fece apprezzare molto di più il suo primo album e lì capii davvero che si possono distinguere le due dimensioni, dal vivo e in studio.

 

Da quanto tempo suoni sotto il nome di Nervi?

Ho iniziato a scrivere i primi brani di Nervi a maggio 2019. Coi ragazzi con cui suono dal vivo abbiamo fatto cinque o sei concerti finora.

 

Perché hai scelto il nome “Nervi”?

Mi sono preparato cinque risposte alla domanda, di cui una sola vera. Ti dirò solo quest’ultima. Ho scelto “Nervi” perché ho pensato che se qualcuno vuole venire a vedermi e ne parla con qualcun altro, vorrei lo facesse usando un nome rognoso, aspro, quasi cagnesco. È tutto legato al suono della parola.

Finora hai pubblicato tre singoli: Sapessi che cos’ho, Il veleno e Quei giorni insieme a te (cover di Ornella Vanoni, scritta da Riz Ortolani). La prima cosa che mi è venuta in mente ascoltando Sapessi che cos’ho è stata: “Nervi è straight edge”.

Quel brano ha una grande incognita per me. È il primo che ho scritto in italiano, senza manco pensarci troppo. La canzone esisteva già da un po’, ho solo cambiato un po’ il testo. Non mi sono posto nessuna domanda particolare scrivendola. Qualche mio amico cui l’avevo inviata per ottenere qualche commento mi prese pure un po’ in giro per il cambio di rotta rispetto alle cose che facevo in precedenza. Anche ai primi concorsi che ho fatto ho inviato questa, ma pensavo (e penso) sia un po’ povera. In generale ho un rapporto un po’ conflittuale con questo pezzo. Ho letto in giro alcune analisi del testo, ma non mi ritrovo in quasi nulla che è stato detto. Questo però lo vedo positivamente, il brano deve andare oltre me. Per me il testo è naturale, ma non ha una linea nascosta, di fatto è una lista della spesa.

 

Mi ha colpito il titolo in rapporto al testo della canzone. Dalla canzone emerge che tu accetti di avere l’ansia, di non avere intenzione a condannarti per esser troppo allegro. A te va bene così, insomma. Il titolo, invece, è un po’ ingannevole, perché sembra alludere a una ricerca interiore che poi però nel brano viene a mancare. De Gregori cantava appunto che i poeti sono brutte creature perché tutto quello che dicono è una truffa. È il caso di questa canzone?

Anche Pessoa diceva che il poeta è fingitore. Ma non credo che gli autori di canzoni lo siano tanto nel senso di truffatori, quanto di narratori di cose finte. Una cazzata è vera perché è vero che l’ho detta, non necessariamente perché il suo contenuto sia vero. Detto ciò, in realtà questa canzone è stata scritta in un periodo particolare. Mi ero appena laureato in filosofia. Sebbene non avessi messo molta dedizione nell’università, la tesi andò molto bene. Il giorno della laurea la mia relatrice mi offrì una borsa di studio per la magistrale. Quello stesso giorno, però, dissi ai miei di non voler continuare gli studi. Ovviamente ne è seguito uno shock notevole in famiglia. Poco tempo dopo mi dissero che avrei dovuto farcela da solo se avessi voluto proseguire nel mondo della musica. A pochi giorni di distanza dalla laurea mi sono pure lasciato con la mia ragazza, dopo una fase molto tortuosa. Insomma, per la prima volta mi sono ritrovato da solo, senza che nessuno credesse in me. Mi ero preso una fittonata. Questa cosa però mi ha rafforzato, perché sentivo di non aver da dimostrare nulla a nessuno, dato che molti non avevano più le stesse aspettative su di me che avevano avuto in passato. È stata una ventata d’aria fresca.

Per certi versi Il veleno mi è piaciuta più di Sapessi che cos’ho. La seconda parte più strumentale è davvero ispirata. In un’altra intervista hai dichiarato: “a volte ci si batte per qualcosa che riteniamo giusto con una violenza che può essere più dannosa della cosa che stiamo combattendo. Io più che dello sbagliato o del male, ho paura della violenza delle idee, e dei giudizi rispetto alle opinioni. Forse non siamo avvelenati ma siamo velenosi, e ho paura di chi vuole risolvere l’altro prima di capire e accettare il proprio personale veleno”. Per te quindi il veleno è il pregiudizio?

In realtà questa canzone è nata da due mie osservazioni. Da una parte, in questo momento della mia vita credo poco negli ideali e ne ho timore. Ho seguito con interesse i vari movimenti che si sono creati spontaneamente dopo la morte di George Floyd, ma non ho preso parte a nessuna protesta. Non perché non abbia idee, ma perché ho dei dubbi proprio sul concetto di ideale. L’ideale nella sua natura è violento, anche se ha pretesa di essere giusto, e può diventare più violento di ciò che combatte. Io su questa pretesa ho i miei dubbi. Dall’altra parte, il mio rapporto con due persone care mi ha portato a pensare che prima di risolvere tutto ciò che sta attorno a sé forse valga la pena accettarsi nelle proprie ombre. Non credo sia un problema avere dei lati oscuri, ma lo è il volerli nascondere per apparire più “puliti” di ciò che si è. È così che si diventa nocivi e violenti verso gli altri. Il veleno è quindi una sorta di dichiarazione di pace indiretta e totale. Peraltro, in alcuni versi della canzone faccio riferimento al senso di insicurezza che è osteggiato tantissimo dalla nostra generazione. In realtà a me l’insicurezza porta a conoscere di più, osservare meglio, avere meno dogmi. Che poi è essere un pochino più umani.

 

Ti hanno criticato per il tuo look androgino durante i concerti. Ti ispiri a qualche altro artista? Sei appassionato di moda?

Cercano tutti di darci un significato. In realtà, molto semplicemente mi piacciono certi vestiti. A 18 anni non badavo molto al look, ora penso che ci siano molti artisti che hanno uno stile figo. Tra l’altro, mia madre ha una passione sfrenata per David Bowie, e questa cosa ha influito su di me (nolente). Di lui mi piace molto la dose di cazzeggio e imprevedibilità della sua estetica del periodo Ziggy Stardust. Questa cosa manca in certi artisti come Achille Lauro, che ha un look molto più studiato e attento ai dettagli, ma meno umano. Apprezzo anche Lucio Corsi. Molta gente mi accusa di volerlo copiare, in realtà penso che siamo diversissimi. L’ho visto a Firenze di recente, e nonostante la sua estetica molto curata, mi sono dimenticato totalmente di questo aspetto dopo qualche minuto di concerto.

 

Vorrei chiederti ancora una tua opinione sulla questione molto attuale del value gap. Questa espressione si riferisce alla disparità di condizioni fra artisti musicali, che ricevono pochi soldi dalla distribuzione digitale di quello che creano, e i nuovi intermediari come le piattaforme online (Spotify, Apple Music, YouTube Music), che incassano molto di più grazie alla pubblicità e agli abbonamenti a pagamento sfruttando le canzoni. Hai un’opinione su questi nuovi sistemi di condivisione della musica?

Credo che i musicisti, che creano prodotti musicali, ne abbiano sovrastimato il valore, e di conseguenza si sia ricaduti in quella che chiamerei “spocchia del diritto d’autore”. Cioè pensare che se io faccio una cosa, questa sia solo mia e nessun altro possa utilizzarla. Questa cultura ha portato a guerre un po’ stupide, come quella alla pirateria, col risultato di ritrovarsi con la musica in mano a Spotify. Non ci trovo nulla di male, ma chi ha un abbonamento a Spotify non può essere considerato l’alfiere della giustizia, perché il ritorno economico per gli artisti dallo streaming è comunque bassissimo. È difficile trovare soluzioni soddisfacenti a una questione come questa.