Miss Brill

Le figure femminili celebrate dalla letteratura sono infinite: dalla Beatrice di Dante alla Laura di Petrarca, dalle shakespeariane Ofelia e Lady Macbeth alla Silvia di Leopardi, da Lucia dei Promessi Sposi, a Jane Eyre di Bronte, da Emma Bovary a Mrs Dalloway. E solo per citarne alcune. Ma oggi il pensiero mi porta a una figura che nulla ha a che fare con l’alone da eroina che caratterizza le icone citate finora. E’ un personaggio minore, poco noto, che declina il femminile in modo delicato e insolito. Miss Brill, protagonista dell’omonimo racconto di Katherine Mansfield, è una donna non più giovane che vive una condizione di solitudine e isolamento che lei stessa tende a negare inconsciamente. In linea con lo stile modernista, nessun narratore onnisciente ci presenta Miss Brill, né fa da tramite sulla linea di confine fra i suoi pensieri e la realtà che la circonda. Il monologo interiore è la tecnica che fa prendere contatto con il personaggio, inducendo il lettore a inferire gran parte dei contenuti nascosti e del “non detto”. Capiamo che Miss Brill è insegnante e vive sola, con pochissimi, insignificanti contatti. Il racconto inizia in medias res: il lettore si trova nella stanza di Miss Brill e la vede tirare fuori la sua vecchia stola di pelliccia che la donna, soddisfatta, indossa la domenica per andare al parco. La scena si sposta quindi sulla panchina su cui la donna è solita sedere. E qui avviene la trasformazione: Miss Brill ha costruito intorno a sé la scena di una pièce che è solo nella sua mente. L’ illusione la porta a immaginare di essere un’ attrice su un palcoscenico in cui interagisce con le altre persone-attori che le ruotano attorno, parte di una orchestra con cui si sente in perfetta sintonia. Nella disperata ricerca di un contatto umano che è assente nella sua esistenza alienata, la mente di Miss Brill ha creato un mondo parallelo in cui le cose e le persone si muovono sulla scia di un copione che fa sentire la donna partecipe di un momento di condivisione con il resto del mondo. Il lettore comprende così la disperazione della donna, celata dietro la compagnia illusoria di cui si nutre. Ma di colpo, come spinta da una mano crudele a precipizio in un gelido bagno di realtà, Miss Brill coglie, questa volta senza false illusioni, il breve scambio di battute di una giovane coppia seduta di fronte a lei, che allude alla donna come “a stupid old thing”. Questa è l’epifania di Miss Brill: la verità irrompe e smaschera l’ artificio che fino a quel momento l’ aveva protetta e difesa. Ora Miss Brill si vede per quel che è realmente: una povera zitella di mezza età, sola e isolata dal mondo. Sulla via del ritorno, quel giorno, non farà più la consueta tappa dal fornaio. Con fare infantile, infatti, Miss Brill giocava a scommettere se nel dolce della domenica avrebbe trovato una mandorla o meno. I giorni della mandorla erano una festa che lei si affrettava a celebrare correndo a mettere su l’acqua per il the. Non così quel giorno. La desolazione invade la stanza della donna, che ripone per sempre la pelliccia nella scatola da cui, una volta richiuso il coperchio, sembra giungere un pianto soffocato.