Lavoratori CONICOS rapiti in Libia: «Situazione delicatissima»

I lavoratori sono stati portati via da sconosciuti armati. Incongruenza nel racconto dell'autista?

Ancora non c'è chiarezza su cosa sia successo a Gath, in Libia, dove ieri tre lavoratori della CONICOS di Mondovì (multinazionale che opera nel campo della costruzione di grandi infrastrutture) sono stati rapiti da uomini armati.
Due sono italiani: uno è di Borgo San Dalmazzo, Bruno Cacae, 56 anni:; l'altro di Belluno, Danilo Calonego, 68 anni.

Li hanno presi in quello che poteva essere uno degli ultimi viaggi nella zona del cantiere. Pochi giorni ancora, e poi Bruno Cacace (56 anni di Borgo San Dalmazzo) e Danilo Calonego (68 anni di Belluno) sarebbero rientrati in Italia dalla Libia. Invece sono finiti nelle mani di una banda di criminali, ancora non identificati. Il loro destino è ignoto. Da lunedì la Farnesina ha focalizzato ogni sforzo nel tentativo di rintracciarli. Sono due lavoratori della Conicos, la multinazionale di Mondovì che in Libia sta costruendo l’aeroporto di Gath, al confine con l’Algeria. Con loro c’è anche un terzo uomo, un lavoratore canadese.

Rapiti da uomini armati
I rapitori li hanno aspettati a lato strada. Forse hanno finto di avere un guasto all’auto. «In Libia tutti si danno una mano – racconta un ex collega, Pierluca Racca di Mondovì –: se vedi un’auto ferma a bordo strada, accosti per vedere che è successo». Aspettavano l’auto con i due italiani? Come facevano a sapere che sarebbe passata di lì, proprio quel giorno? Tante domande sono ancora senza risposta.
Il fatto è avvenuto lunedì mattina, lungo una strada vicino a una cava. In quella zona, pieno deserto nel sud della Libia, non c’è nessuno. Sono stati presi da un gruppo di uomini armati. A distanza di quasi due giorni, ancora nessuna rivendicazione. Il sospetto è che non si tratti di un commando di terroristi: ma di una banda di criminali, uno dei tanti gruppi allo sbando nel caos libico, che colpisce ostaggi per venderli al miglior offerente. Forse, anche a Daesh: l’Isis.

Dovevano rientrare in Italia
Fonti giornalistiche rivelano che i due lavoratori italiani sarebbero stati sul punto di fare rientro dalla Libia nei prossimi giorni. E che addirittura sarebbero stati sotto scorta fino a poco tempo prima. L’azione di sequestro era stata studiata anche tenendo conto di questo dettaglio? E se sì, come facevano i rapitori a saperlo? Perché l’autista, che in un primo momento si pensava ferito, è stato lasciato vivo? Come ha fatto a dare l’allarme se, come è emerso dal racconto, era stato lasciato legato a bordo strada?

L’imprenditore Vinai a Roma
La Conicos è in completo silenzio stampa. Si sa che i contatti fra l’azienda e la Farnesina sono stati costanti fin da lunedì e lo stesso titolare, Giorgio Vinai, si è recato a Roma al Ministero degli Esteri. Nessuno, titolari o dipendenti, rilascia dichiarazioni. La situazione è delicatissima. Le famiglie dei lavoratori, avvisate quasi subito, si sono chiuse in casa.

La multinazionale monregalese
La Conicos, con sede a Mondovì, è una multinazionale che opera nel campo delle grandi infrastrutture: autostrade, aeroporti, ospedali. In Granda hanno realizzato opere come il raddoppio della A6 o la Est-Ovest di Cuneo. In Italia ha anche lavorato nell’immobiliare costruendo hotel nelle grandi località turistiche. A Mondovì ha realizzato la tangenziale, la caserma dei Carabinieri, e la Funicolare. La sede in Libia è stata aperta nel 1982. Il sindaco di Mondovì, Stefano Viglione: «Siamo stati in contatto con la Farnesina ma non abbiamo avuto novità oltre a quelle note. Questa vicenda tocca Mondovì e una delle sue aziende più note e stimate: siamo vicini alla famiglia di Giorgio Vinai e ai suoi lavoratori in questo difficilissimo momento».

L'ex collega: «Li conosco entrambi. Una volta la situazione era tranquilla, oggi no»
Pierluca Racca, edicolante di Breo, conosce entrambi gli italiani rapiti. «Ho lavorato con loro in quello stesso cantiere all’aeroporto. Danilo Calonego, di Belluno, era un meccanico, mentre Bruno Cacace, di Borgo San Dalmazzo, era il foreman ovvero il responsabile del cantiere». Del deserto libico, nella zona di Gath, si ricorda tutto: il cantiere, le difficoltà, la situazione sotto il regime di Gheddafi. «Lavoravamo senza problemi: prima ci sentivamo protetti – racconta –. Quando ho appreso la notizia ho parlato col nostro referente in Libia, che mi ha raccontato ciò che è successo: li hanno fermati in mezzo alla strada, sono usciti armati e li hanno portati via. Prima era una zona tranquilla, nel sud della Libia non ci sono mai stati problemi. Oggi è cambiata».

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