Amanda Sandrelli a Mondovì: «La mia “Locandiera” è una donna indipendente e innamorata» – L’INTERVISTA

Amanda Sandrelli racconta il suo personaggio: una donna intelligente, padrona di sé stessa alle prese con un mondo tutto al maschile. Una chiacchierata sulla passione per il teatro, sull’amore, toccando anche temi sociali, come la violenza sulle donne.

Se c’è un classico che non passa mai di moda quello è La
Locandiera di Carlo Goldoni. Il drammaturgo veneziano è un punto fermo nella storia della letteratura e del teatro italiano, si pone come un anello di congiunzione tra la tradizione della Commedia dell’Arte, con le sue maschere stereotipate, e quella autoriale, con il lavoro sui testi e sulla satira sociale. I testi di Goldoni hanno retto benissimo al tempo, rappresentando piccoli quadretti della vita borghese dell’epoca e in molti casi conservano ancora oggi tutta la loro freschezza e la loro modernità. La
Locandiera è proprio uno di questi, il più emblematico, con un personaggio centrale, la vispa Mirandolina, che si districa tra tre corteggiatori con astuzia, intelligenza e uno spirito ribelle e anticonformista. Un personaggio complesso, estremamente moderno, tratteggiato con affetto da Goldoni. Nella produzione del Teatro Stabile di Verona e di Arca Azzurra che domenica sera al “Baretti” (ore 21) aprirà la stagione teatrale organizzata dal Comune e dalla Fondazione Piemonte dal Vivo, Mirandolina è interpretata da Amanda Sandrelli, attrice nota e molto popolare, che ha al suo attivo tante esperienze in cinema e in televisione, oltre a una lunga carriera teatrale. L’artista ha accettato di raccontare come ha affrontato la sfida di accostarsi a questo testo, e lavorare su un personaggio così complesso.

«Abbiamo debuttato sabato e domenica a San Casciano di Pesa, vicino a Firenze, un posto davvero meraviglioso sulle colline del Chianti. Abbiamo preparato lì l’allestimento perché lo spettacolo è una coproduzione dello Stabile di Verona e della compagnia Arca Azzurra, che ha sede proprio lì. Abbiamo fatto una ventina di giorni di prove, la prima e la seconda replica sabato e domenica, ieri la prima replica a Velletri. Sono soddisfatta, c’è stato il tempo di preparare bene lo spettacolo, poi è naturale che, data dopo data, si “sciolga” un pochino, la recitazione si fa più fluida, l’affiatamento cresce».

È la prima volta che affronti un pezzo del repertorio tradizionale, come mai questa scelta?

«Un po’ per la mia storia professionale: ho cominciato con il cinema, quindi ho sempre frequentato di più la drammaturgia contemporanea. Poi quando ho intrapreso questo lavoro c’era un grande fermento, era un bel momento per la drammaturgia italiana. C’erano tanti autori giovani, Camerini, Longoni, Manfrini, Erba… In realtà prima di La
Locandiera ho fatto un altro dramma del repertorio tradizionale, le Tre sorelle di Anton Cechov, con Camerini, che è stato un mio importante compagno di viaggio. Mi piace il confronto con i classici, è importante però che siano accessibili e godibili anche dal pubblico contemporaneo. Naturalmente senza stravolgerli o snaturarli, però bisogna sempre tenere presente che questi autori scrivevano per il pubblico del loro tempo. Se passano 200 anni e una commedia resta ancorata alla sua ambientazione, ai tratti del passato, si perde un po’ della sua accessibilità e la sua modernità è meno percepibile. Volevo fare un classico “rianimato” e grazie a Francesco Niccolini ci siamo riusciti. Per fare una cosa del genere occorre studiare moltissimo il testo, conoscere bene il periodo, documentarsi per capire a fondo. Per me Francesco è una garanzia, l’ho conosciuto in occasione di una lettura corale insieme, a Firenze, al Teatro delle Donne. La proposta di fare la Locandiera mi è arrivata tardi, quando generalmente i giochi delle stagioni sono fatti. Ma a loro era saltata un’attrice a me un impegno quindi il destino ha giocato a nostro favore».

Come hai affrontato il personaggio di Mirandolina, complesso e ricco di sfumature?

 «Lavorare su questo testo è molto stimolante, il mio personaggio ha sempre almeno 3-4 intenzioni contemporaneamente. Qui comincia la sfida per l’attore: scegliere quale far risaltare e quale tenere sottotraccia, perché il pubblico possa avere una comprensione chiara. Mirandolina è un personaggio molto frainteso, secondo me. È una donna che gestisce sé stessa in un mondo di uomini che la corteggiano, ma che le stanno addosso. La locanda è sua, non ha bisogno di nessuno di loro. Per quell’epoca è un personaggio molto moderno: ha già un uomo nel letto, una protezione, quello che vuole ce l’ha. Il Cavaliere, interpretato da Alex Cendron che è un attore veneto bravissimo, l’unico oltre a me fuori dall’organico dell’Arca Azzurra, fa una dichiarazione di arroganza e disprezzo nei confronti delle donne, dicendo di non volersi sposare né innamorare. È molto simile a quella che farà anche Mirandolina. C’è un cinismo dichiarato che, come spesso accade nella vita, cela una delusione in realtà. Diventa uno scudo, per fermare la sofferenza. Questi due personaggi sono due manifesti falsi, che entrano in scena affermando con chiarezza il proprio essere, ma la loro dichiarazione non corrisponde a verità. Il gioco si articola su tre piani: quello che sono, quello che dicono di essere e quello che vorrebbero essere in realtà. Anche gli “A parte” che nella convenzione teatrale dovrebbero svelare i doppi giochi dei personaggi e dichiarare la verità allo spettatore, qui non sono veritieri. Mirandolina vorrebbe giocare con la seduzione, ma il gioco con il Cavaliere le sfugge di mano. Anche perché con lui nasce un’intesa intellettuale fortissima. Lei è una donna intelligente e pragmatica, questo aspetto spesso viene annacquato da interpretazioni giocate esclusivamente sulla seduzione o sul bamboleggiante».

C’è qualche tratto di produzioni o di interpretazioni del passato che ti è piaciuto e a cui hai deciso di ispirarti per la costruzione del personaggio?

«Non ho l’abitudine di vedere cose fatte da altri, anche perché di indole non sono molto sicura di me. I confronti non mi stimolano, mi angosciano solo. Lo faccio più a posteriori, mano a mano che vado avanti nella tournée mi incuriosisco, per i vari aspetti del personaggio, e vado a cercare le interpretazioni degli altri. È vero però che uno dei motivi che ha spinto Francesco Niccolini a dedicarsi a questo lavoro è legato alla Locandiera di Luchino Visconti, che ne aveva fatto per la prima volta una lettura diversa da quelle canoniche, tutte pepe e brio. La sua aveva un registro più amaro e malinconico, anche se restava perfettamente nei toni della commedia. Si era reso conto di quanto questa commedia abbia un finale amaro. Sostanzialmente “vissero tutti infelici e contenti”, rinunciando all’amore, lui per orgoglio, lei perché non ha il coraggio di lasciarsi andare e affidarsi a qualcuno».

Questo è sicuramente uno dei tratti di maggiore modernità di questo testo

«Quando ci si innamora ci si affida a qualcun altro. L’amore è questo. È rinunciare in parte alla tua indipendenza e affidarsi a qualcuno. Se la persona a cui ti affidi ti ammazza di botte c’è qualcosa che non va. In generale gli uomini ancora oggi vogliono una donna non superiore a loro, soprattutto socialmente. Nella Locandiera il discorso sociale è molto forte. Mancano pochi anni alla rivoluzione francese e alla ghigliottina. C’è una rabbia di classe che cova sotto questo testo, che oggi, per forza di cose, non è più percepita. Per il pubblico di oggi è più vivo l’aspetto di un ritratto di donna indipendente, padrona della sua vita in un contesto in cui le donne, per lo più, continuano ad essere ritratte come bambole».

Nella tua carriera professionale spesso hai lavorato con familiari o con le persone che avevi accanto anche nella vita privata: è un fattore che presenta vantaggi, ma può anche causare delle difficoltà. Come hai affrontato questa condizione?

«Nel rapporto con il mio ex marito, con cui siamo stati tanto insieme anche sulla scena, forse qualche problema l’ha creato… Devo dire che, almeno nei primi dieci anni di vita, vivere una passione comune è stato meraviglioso. Condividere, oltre che la vita, le proprie passioni è una cosa che dà un valore aggiunto al rapporto, ma come tutte le cose, quello che ti danno da un lato te lo tolgono altrove. In teatro è diffuso il fatto che si crei una compagnia stabile, perché la confidenza anche emotiva, non solo fisica, in scena è una cosa importantissima. Certo, sul palco uno si porta dietro anche le rogne e i problemi, però è in un certo senso un contesto magico, quando ci si sale sopra il resto scompare, tutto quello che c’è fuori non esiste più ed esiste solo la performance. È stato così con Blas (Roca-Rey n.d.a.), con mia madre Stefania, quando abbiamo fatto una commedia insieme e ci siamo molto divertite. Da questo punto di vista è stato più difficile gestire gli spazi fuori dal palco. Io e lei abbiamo due ritmi molto diversi. Io sono più dormigliona, tendo ad andare a dormire tardi e alzarmi tardi, lei è più morigerata. Sul palcoscenico tutto quello che sai e hai di una persona è un valore aggiunto. Se un attore bravo è una persona piacevole questo tipo di confidenza si raggiunge molto rapidamente. Certo, non succede sempre di “innamorarsi” di tutti gli uomini e le donne con cui lavori, ma quando si crea la giusta intesa lo spettacolo ne guadagna».