Borg-McEnroe? No, meglio Bord-Coniglio

L’estate 2019 ha consegnato alla memoria sportiva uno degli incontri tennistici più epici di sempre: la finale di Wimbledon Djokovic-Federer è degna di essere di essere paragonata all’eterna rivalità Borg-McEnroe. Ma per il cinema la sfida tennistica più leggendaria è stata un’altra.

L’estate sportiva 2019 verrà ricordata indubbiamente per la finale del torneo di Wimbledon tra Federer e Djokovic: la più lunga di sempre, e sufficientemente epica da scomodare paragoni con altri immortali duelli tennistici del passato. Confrontare il contemporaneo con quello che fu è pratica abituale, non solo tra gli appassionati di sport, in cui il cinema con la sua narrativa e ricostruzione, può offrire un elemento di raffronto in più. Tuttavia in tal senso è stato fatto molto meno di quello che si poteva. Il tennis nello specifico, per la sua popolarità, disponibilità di materiale e naturale propensione allo scontro faccia a faccia, poteva regalare ottime produzioni, e proporre credibili raffronti. Il cinema ha preferito relegare le racchette a passatempo, come utile inframezzo nelle commedia, senza sfruttare il potenziale epico che il duello può racchiudere in sè. I grandi campioni sono rimasti alla porta, fino a quando un paio di stagioni or sono ci si è accorti che il duello Borg-McEnroe meritava un passaggio nei cinema. Non sappiamo ancora se il destino regalerà anche a Djokovic e Federer un film sul loro incontro. Sappiamo però che la pellicola sul biondo svedese e l’irascibile americano ha aperto un percorso pressochè inesplorato, e immediatamente condiviso da un altro biopic tennistico uscito nel 2017: “La battaglia dei sessi”. La pellicola che racconta la sfida tra la campionessa Billie Jane King e l’ex tennista Bobby Rings, propone però svariati aspetti sociali incentrati su valori di matrice femminista. La realtà finisce praticamente qui, e le opere di finzione non sono comunque molte. Il titolo dedicato al torneo più importante del mondo: “Wimbledon” del 2004, è finito presto nel dimenticatoio, nonostante una Kirsten Dunst in rampa di lancio e una storia costruita attorno al consueto outsider, abituale calamita per i consensi del pubblico.
Ma se c’è da tirare in ballo il match della storia, bisogna guardare al nostro cinema, e alla sfida Bord-Coniglio, di “Sogni mostruosamente proibiti”. Altro che Borg-McEnroe, il duello tra il fumettista sognatore Coniglio interpretato da Paolo Villaggio e il campione svedese Bord, chiara parodia di Borg, è sul 99-99 dopo 18 ore, quando quest’ultimo schiaccia quello che sembra il punto decisivo. Ma Coniglio esce persino dallo stadio pur di ributtare la palla in campo e ricevere la coppa dalla amata Dalia. Lo spezzone dura poco più di uno sketch, ma consegna allo spettatore, tramite l’iperbole ironica e surreale che contraddistingue i personaggi di Villaggio, un match che solo la fantasia poteva ideare. Quella di Coniglio è un allucinazione discontinua, alimentata dall'amore per l'innarivabile Dalia, il cui cuore si conquista solo con sfide impossibili. Nonostante la popolarità dello sport, al momento della scrittura di questo articolo, lavorando di sola memoria, sono sempre le pellicole con Paolo Villaggio a tornare subito alla mente: dalla strascicata partita tra Fantozzi e Filini, avversata dalle pessime condizioni metereologiche esterne (ma anche interne negli spogliatoi), allo squilibrato incontro giocato all’ombra del castello di Fenis, tra Giandomenico Fracchia e l’avvocato Frankestein, in “Fracchia contro Dracula”, in cui il regista Neri Parenti erroneamente confonde il nome del mostro con quello del suo creatore.

Tornando a Borg-McEnroe, se il secondo è stato tentato più volte dal cinema (numerose le sue comparsate), lo svedese invece è divenuto per i suoi tratti distintivi l’emblema della raffigurazione del tennista. Anche Wes Anderson ha approfittato del suo “stampo” utilizzandolo per il personaggio di Richie Tenenbaum: talentuoso e smarrito a causa di un amore impossibile. La sua deriva agonistica viaggia di pari passo con la delusione sentimentale, che sfocia in uno struggente epilogo sportivo, in bilico tra grottesco e dramma emotivo, in una parabola inversa a quella del Coniglio di Villaggio. Ma se c’è un punto dove tutti questi elementi vanno a incocciare, si trova nel videoclip della superhits del 2010 “Hello”. Sfruttando la disponibilità del campo centrale del Roland Garros a torneo in corso, il videoclip racconta la sfida tra l’autore del brano Martin Solveig e il rivale DJ Bob Sinclair, ispirandosi proprio al personaggio di Richie Tenenbaum. Le cose vanno male per Solveig, praticamente sconfitto, ma la comparsa in tribuna del suo amore segreto stravolgerà completamente le sue motivazioni, proprio come fu per il Coniglio di Villaggio. La rimonta impossibile però si infrange subito su una chiamata errata dell’arbitro. Ma il provvidenziale arrivo di Djokovic (proprio quello della finale di Wimbledon) porterà al cambiamento della decisione. Il finale sembra scritto, e Solveig pronto a trionfare, quando in tribuna compare il fidanzato della sua amata, regalando al videoclip un amaro colpo di scena finale.

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