Steven Tyler & The Loving Mary Band

Il frontman degli Aerosmith, ospite di Collisioni, porta in scena il suo progetto solista con la country band The Loving Mary. O di quella volta che ho visto un anziano al paese lamentarsi in piazza che, dopo le 22, non ci fosse abbastanza rumore.

Anno 1995. Il tecnico ha appena finito di montare la parabola satellitare sul tetto, e non vedo l’ora di accendere la televisione. Chi abitava da quel lato della collina di Piazza lo sa bene: la TV si vedeva nitida come le immagini dell’Apollo 11 dalla luna. Solo la RAI a volte, ogni tanto TMC, di sicuro non Mediaset e quindi non i cartoni, e senza cartoni che senso ha alzarsi al mattino o fare merenda il pomeriggio? Il rumore bianco del canale morto traballa mentre freneticamente passo da una frequenza all’altra, da un satellite all’altro: Viva, RTL1 , RTL2, Eurosport, Al Jazeera, MTV… Era l’epoca in cui MTV aveva già ucciso la musica, ma ancora non aveva vilipeso il suo cadavere, ed era stata una scoperta spaventosa: per me la musica in TV era allora sinonimo di Pippo Baudo e del Festival di Sanremo. Una roba per 70enni noiosi ricoperti della polvere dei tempi. A casa mia si ascoltavano Orietta Berti, Gino Paoli, per trasgredire Baglioni. Non quella roba da giovani drogati dei tempi moderni. E MTV stava passando "Walk On Water" degli Aerosmith, "Smash" degli Offspring, "Black Hole Sun" dei Soundgarden.

"Di italiano si può vedere la RAI ma non Mediaset" mi disse il tecnico quasi a scusarsi. "Isn't it ironic, don't you think?" avrebbe da lì a poco commentato Alanis, su quegli stessi schermi. Non mi importava in quel momento: mi si era aperto un Mondo Nuovo, e di lì a poco avrei comprato "Big Ones", la mia prima cassetta di un gruppo rock, attratto dalla psichedelia della copertina e dal lottatore di sumo sul retro. 

Fu amore a primo ascolto. Da allora ho scoperto e amato tanti altri gruppi, forse anche più di quanto abbia amato gli Aerosmith, e ho sviluppato una tremenda allergia per i greatest hits. Ma il primo bacio non si scorda mai.

Le rock star allora vivevano in un Olimpo irraggiungibile, lontano, chissà dove. Pensar di poterli vedere dal vivo, magari in Italia, magari a mezz’ora da Mondovì, pareva esagerato anche solo per essere una fantasia. Ed è con questo pensiero in testa che mi sono arrampicato sulla collina di Barolo, senza credere che stesse davvero succedendo. Certo, c’era un palco abbastanza grosso, e la faccia sui manifesti di Collisioni sembrava proprio quella di Steven Tyler, ma ci hanno fatto credere di essere andati sulla luna, vuoi dirmi che non possono aver taroccato due cartelloni? E poi: che c’entra la musica country? Chi diavolo ascolta la musica country fuori dal Tennessee? Sono meno di quelli che ascoltano il liscio fuori dalla Romagna, per favore non scherziamo: se non è un complotto, forse si tratta semplicemente di un banale caso di omonimia. La piazza si riempie, sullo schermo campeggia la pubblicità di un’iniziativa di Steven Tyler a favore delle donne abusate. Da lui?

Alla terza media (metro di misura standard di ogni concerto rock: una media equivale a 15 minuti) entra in scena The Sisterhood Band, ovvero la figlia di Rod Steward e l’amica della figlia di Rod Steward. Suonano per circa un panino alla porchetta e maionese (30 minuti) e suscitano gli applausi della folla urlante ogni qual volta ricordano chi suonerà dopo di loro.

(Dai, scherzo, sono state brave, è che a me non piace il liscio e nemmeno siamo a Rimini...)

Poi arriva lui, finalmente, e in due secondi netti fa crollare ogni mia certezza sulla musica country. Nel senso che ne suona giusto un paio di pezzi nel mezzo del concerto per far riposare la voce: tutto il resto è un regalo donato a noi comuni mortali da un immortale Dio del rock.

Un’ora e mezza che scivola veloce e ci lascia senza fiato, una serie di hit degli Aerosmith ri-arrangiate (ma nemmeno poi troppo) per l’occasione: "Sweet Emotion", "Livin’ On The Edge", "What It Takes" (in quel punto il nastro era visibilmente rovinato, tante le volte che l’ho ascoltata), "Cryin’", "Rag Doll""Train Kept A Rollin’", "Walk This Way" alternati a cover dei Beatles, Janis Joplin e Fleetwood Mac, una band a prevalenza femminile (la bassista, maledizione! La bassista!) che ha con lui un feeling pazzesco, una voce che ormai vive solo più per quegli acuti animaleschi e selvaggi, una bestia da palco.

A 70 anni.

Come Pippo Baudo all’epoca, come mio nonno, come mio babbo adesso, mentre mi dice che lui è troppo vecchio per questa musica da giovani. Come forse sarò io quando a 70 anni Young Signorino riempirà ancora gli stadi facendo urlare la gente come Steven ha fatto l’altra sera, suonando forse una delle più belle versioni live di "Dream On" che mi sia capitato di ascoltare. Lasciando noi senza voce, e lui con l’ennesimo borderò da firmare.

Che Gino Paoli, comunque vada, vince sempre lui.

https://www.youtube.com/watch?v=pfUNPKaKutw&feature=youtu.be

Grazie Stefano Tallarico da Crotone, grazie per esser esser sceso dall’Olimpo, per aver attraversato lo schermo grigio e bombato di quel Telefunken a 14 pollici ed esser venuto su quella collina, al di là della quale altrimenti non avrei ricevuto alcun segnale.

"Ok ma ora spegni ‘sto rumore, e rimetti Orietta" "Babbo, basta con ‘sta storia, ma lo sai che sei coetaneo di Mick Jagger, vero?" "Già ma quello non ha fatto altro che drogarsi tutta la vita!" 

Se è una campagna contro le droghe, babbo, la stai facendo male.

Molto male.

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