L’Unione e Pasolini: divergenze parallele

 Pasolini nell’Unione dei suoi tempi: una distanza profonda, con momenti di ammirazione.

Il rapporto tra Pasolini e l’Unione Monregalese, come si può intuire, è stato piuttosto burrascoso e altalenante, come del resto quello tra il grande scrittore e regista e la cultura cattolica. Da un lato, Pasolini fu spesso in vibrante polemica col mondo ecclesiale; dall’altro, però, aveva una tensione spirituale profonda e autentica, e sferzava un certo mondo consumista contro cui anche la Chiesa, specie postconciliare, era molto critica. La prima volta che appare citato sull’Unione è il 28 / 10 / 1961, quando se ne schernisce “l’Ode a Krusciov”. Pasolini è definito sarcasticamente il “3P” della letteratura italiana (forse un rimando ironico ai 3P di Jacovitti, Pippo Pertica e Palla, eroi dei suoi fumetti di allora), e l’ode è paragonata a quella “stranamente dimenticata” di Majakowski a Stalin. “Il tentativo di trasformare la pesante materia kruscioviana nella angelica farfalla dell'ideale è indubbiamente coraggioso.” Si chiosa con sarcasmo. Il 14 luglio 1962 si parla della sua condanna per rapina a un benzinaio, sotto il titolo “Esercitazioni letterarie”, e il tono è sempre quello di polemica al vetriolo contro “il regista di «Accattone» e autore di «Ragazzi di vita»”, dichiarato “cantore dei Neroni moderni” che prende spunto da quello antico: commette i delitti che poi traspone nelle sue opere. Il 6 / 4 / 1963 continua la polemica politica: “In Russia, continua l’umiliante farsa degli artisti, ridotti a propagandisti di partito: le loro umiliazioni non sono mai sufficienti. Che ne dicono i vari Moravia, Pasolini, e compagni radical-comunisti?”

Il 19 / 9 / 1964 leggiamo una svolta, complice il post-concilio ma anche “Il vangelo secondo Matteo”, con una nuova attenzione ai temi cristiani, che sorprende: “Una volta all’uomo non era possibile volare: da decenni è diventato possibile; (…) fino a ieri si riteneva impossibile cheun marxista potesse presentare il Vangelo: oggi Pasolini ce lo presenta; fino ad oggi non è stato possibile all’uomo andare sulla luna: presto lo sarà.” Chiosa profetico il pezzo, anticipando involontariamente l’impresa del 1969 per sottolineare lo stupore. E il 1 / 10 / 1966 si riferisce del III Corso nazionale per il clero sulla formazione cristiana agli audiovisivi” che si conclude proiettando e discutendo “Uccellacci e uccellini”. Il 17/02/1968 si riferisce di una proiezione, per cattolici adulti, del “Vangelo secondo Matteo”. “L’opera, che è una trasposizione filmica della figura di Cristo nella riproduzione del testo di San Matteo, ripropone il messaggio sociale del Vangelo, rispettando sufficientemente la dimensione umana e divina del Salvatore.”, si riconosce. Il dibattito è diretto da Don Moizo, sacerdote monregalese poi vescovo di Acqui. Ma, ovviamente, non è una semplice progressione di avvicinamento, la distanza permane: il 2/10/1969 si parla di “Porcile”, dove Pasolini fa dire a uno dei suoi protagonisti: «ho ucciso mio padre, ho mangiato carne umana, eppure tremo di gioia», immagini che fanno inorridire “senza scomodare Freud e Jung”. I toni critici non sono più quelli sprezzanti, pre-conciliari, verso un avversario da combattere, ma quelli pensosamente critici verso un autore che si ritiene apprezzabile, ma sapendo di non poter pretendere di farlo proprio. Si capisce che certe sue pagine e immagini hanno un senso forte, legittimo, ma non le si può accettare fino in fondo.
Il 4 luglio 1974 un titolo a effetto sembra quasi profetico: “P.P.P. “Per Presto Perire”. Si riporta, con toni di favore, il commento di Pasolini al voto recente: “i ceti medi sono radicalmente — direi antropologicamente — cambiati: i loro valori positivi non sono più i valori sanfedisti e clericali, ma sono i valori dell’ideologia del consumismo e della conseguente tolleranza modernistica, di tipo americano. E’ stato lo stesso Potere a creare tali valori gettando a mare cinicamente i valori tradizionali e la Chiesa stessa, che ne era il simbolo.” È la fine della sana Italia contadina, e l’Unione constata che Pasolini dice le stesse cose dei Vescovi.

Nel 1975, davanti alla morte di Pasolini, il ricordo di G.B. mantiene questo taglio cauto, pur definendolo, in modo pietistico oggettivamente poco condivisibile “vittima di sé stesso, delle sue interne contraddizioni e di un mondo che anche i suoi films hanno contribuito a creare: la pietà e la commiserazione.” (tutto si potrà negare a Pasolini, ma non la consapevolezza di una tagliente lucidità). Resta un rapporto, allora, irrisolto, che il tempo e il ragionamento hanno oggi messo in una più complessa prospettiva.

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