Il vescovo al 25 Aprile: «Corruzione, pressapochismo e scarso rispetto della verità: il Male da cui oggi l’Italia va liberata»

L'omelia del vescovo per il 25 aprile: festa civile e festa religiosa

Il vescovo, nell’omelia, alla messa in S. Agostino a Mondovì Breo, per l’anniversario della Liberazione e per la ricorrenza di san Marco
Tradizionalmente, la festa civile della liberazione si intreccia con la festa liturgica di San Marco evangelista. Fin dai primi anni in cui l’Italia ha celebrato l’anniversario della Liberazione, la celebrazione civile e quella religiosa sono state vissute insieme. C’è sempre stata - cioè - anche una lettura cristiana dei fatti culminati nel 25 aprile.

L’aspetto laico è facile da cogliere: uomini e donne commemorano gli eventi e ancor più tengono vivi nel tempo i valori che furono alla base di quegli avvenimenti, a partire da un saldo senso di identità nazionale e di amore per la libertà.
Il significato della festa religiosa poteva essere più chiaro un tempo, quando la dimensione della fede era più famigliare e presente nel tessuto delle nostre vite: certo, intorno all’altare si ringraziava e si ringrazia Dio per la fine di un periodo triste e segnato dalla violenza, e perché egli rimane il Dio signore della storia. Unitamente, aveva e ha posto il ricordo e il suffragio di tutti coloro che o in quel periodo o successivamente hanno perso la vita in nome della patria e delle libertà, per garantire diritti civili e democrazia. Ora, in questa chiesa, luogo eminentemente religioso, e nel contesto di una liturgia, la riflessione non può che essere “spirituale”. Propongo pertanto due riflessioni: la prima a partire dalla festa liturgica di san Marco, la seconda sul tema della liberazione

San Marco e il suo vangelo
La Chiesa, dicevo, celebra la figura di san Marco, l’evangelista. Il suo è il vangelo più antico, scritto a Roma verosimilmente dopo il 64 (data della persecuzione di Nerone a seguito del catastrofico incendio della città iniquamente ascritto alla setta dei Cristiani), ma prima del 70 (anno della distruzione del tempio). Se ogni evangelista, nel raccontare le parole e i fatti della vita di Gesù, li raccoglie secondo una finalità specifica, un ordine e un punto di vista suo proprio, il Vangelo di Marco traccia il profilo del discepolo: mostra chi sia il discepolo e come si diventa discepoli. Questo secondo l’interpretazione del grande card. Martini, comunemente accettata.
Nella parola latina discipulus è presente la radice del verbo discere: imparare. Il discepolo, molto semplicemente, è colui che è disposto ad imparare. E sempre l’etimologia ci suggerisce l’aggettivo più adatto, per il vero discepolo: “docile”, da doceo, “insegnare”. Il discepolo deve essere docile, cioè “docibile", cioè incline ad accettare l’insegnamento. Discepolo è colui che segue fedelmente e umilmente il suo maestro, ricalcandone le orme. Nulla di più lontano – se ci pensiamo bene - dalla presunzione odierna di chi non riconosce altra autorità che sè stesso e il proprio io.

Tanta decadenza nella vita politica e sociale, tanta sconsideratezza morale, tanta improvvisazione nella gestione della cosa pubblica, certo derivano anche dal fatto che la nostra vita collettiva è sovente affidata a persone che, purtroppo, non sono cresciute alla scuola di un maestro. Rivolgendomi a un’assemblea composta da adulti, vorrei però vedere il problema anche da un altro punto di vista. Perché, se è vero che la mentalità attuale sembra non produrre giovani disposti a farsi discepoli, è anche evidente la drammatica mancanza di maestri.

Marco può farsi discepolo perché ha un Maestro, Gesù. Ma quanti di noi sono disposti ad essere maestri?
Il maestro traccia la via. Il maestro ha una visione precisa delle cose del mondo e vuole trasmetterla. Il maestro non ha paura di affermare la sua interpretazione del reale e, per essere credibile, sa di dover vivere in coerenza con essa. Non solo: il maestro deve avere la passione del suo magistero, deve assumersi il grande compito di essere punto di riferimento per chi gli si affida, deve avere nettezza di parola e visione coraggiosa, quasi profetica. Deve insomma essere un uomo che non solo vive, ma ha anche consapevolezza di come vive e desiderio di trasmettere ad altri ciò che ha capito del vivere. Ecco, io credo che oggi, in ogni ambito, dalla Chiesa, alla scuola, alla vita politica, le figure in grado di incarnare questa nobile ma impegnativa figura, che coinvolge tutto l’essere e gli assegna una precisa e preziosa funzione, siano poche.
Il relativismo ci ha privati di maestri. Ma in una società senza maestri, non possono esistere neppure i discepoli. Solo che una società senza maestri e senza discepoli smette di essere una civiltà capace di coltivare e tramandare la propria identità, i propri valori. Con tutte le conseguenze del caso in tempi come questi, segnati da multiculturalismo e relativismo etico. Questo è ciò che mi suggerisce l’evangelista Marco e la sua particolare prospettiva nel comporre il suo vangelo.

La liberazione ieri e oggi
Un secondo pensiero, infine, sul tema della Liberazione. La giornata di oggi lo propone come tema centrale. Ma è un tema sempre attuale, perché l’uomo ha sempre bisogno di essere liberato. Anche la storia della salvezza è tutta una storia di liberazione. E la storia della salvezza continua tutt’ora! L’Italia del 1945 aveva bisogno di essere liberata dalla guerra e da tutte le ambizioni che l’avevano generata. E l’Italia di oggi? Da cosa ha bisogno di essere liberata?

Credo che ciascuno in cuor suo, a seconda della propria esperienza e della propria sensibilità, potrebbe elencare molte cose. Tutti però potremmo forse concordare su almeno tre grandi mali pubblici che piagano il nostro vivere: -il primo: la corruzione, che significa spreco enorme di risorse collettive a vantaggio di singoli;
-il secondo: il pressappochismo nell’adempimento dei doveri reciproci (proviamo a pensare a quanto tutti paghiamo per la svogliatezza, la scarsa qualità, il limitato impegno che molti mettono nello svolgere il proprio lavoro! Al contrario: Quanto tutti potremmo fare meglio!..);
-il terzo male: lo scarso rispetto della verità a ogni livello, o, per dirla in altro modo, l’uso disinvolto della parola, cui si affida tutto e il contrario di tutto anche quando si trattano problemi serissimi, in una babele comunicativa che frastorna soprattutto i cuori e le menti dei semplici, che sono i più cari a Dio.
Ecco, il sogno di un’Italia meno corrotta, di gente che lavora meglio e che parla meno e secondo verità è quello che, forse, potremmo affidare a Dio quando, fra poco, riassumeremo le nostre speranze nell’invocazione finale del Padre nostro e diremo: “Liberaci dal male”. Il male fa da sfondo a ogni situazione che invoca liberazione.

Ricordando la Liberazione del 25 aprile 1945, chiediamo dunque a Dio la forza di costruire altre meno drammatiche ma ugualmente urgenti liberazioni individuali e collettive. Quelle che vi ho suggerito, ma anche quelle che ognuno di noi desidera nel suo cuore. Così sia.

+ Egidio, vescovo