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Al Santuario giornata di fraternità per presbiteri e diaconi

Gli anniversari di ordinazione sacerdotale

Al Santuario giornata di fraternità per presbiteri e diaconi

Momento di riflessione, preghiera e fraternità, per sacerdoti e diaconi della diocesi, giovedì scorso al Santuario, che hanno vissuto il ritiro spirituale e festeggiato gli anniversari di ordinazione. Con profondo coinvolgimento, in Casa “Regina Montis Regalis”, don Pino Isoardi della “Città dei ragazzi” di Cuneo si è soffermato sul tema “Lo Spirito rinnova la nostra preghiera e la vita”, invitando a rispondere a quattro domande che possono e debbono mettere a fuoco la qualità dell’appartenenza al Signore, nell’invocare il dono dello Spirito. “Stimo sinceramente il dono della preghiera per la mia vita personale e per il ministero che mi è affidato?” “Vivo la preghiera come dono e alleanza o come un dovere da disimpegnare?” “Prego ciò che vivo? Ciò che vivo mi nutre?” “Riconosco e pratico il profondo equilibrio della preghiera cristiana?”.
In Basilica si è poi celebrata l’Eucaristia, presieduta dal vescovo mons. Egidio Miragoli, con una sottolineatura riconoscente e grata per alcuni anniversari di ordinazione: il 65° di don Erasmo Mazza; il 60° di mons. Sebastiano Dho e mons. Pietro Beccaria; il 50° di don Giampiero Rulfi; il 40° di don Franco Bernelli, don Giovanni Malacrida, don Egidio Motta e don Pier Renzo Rulfo; il 25° di don Duilio Albarello. A tutti loro anche un omaggio significativo. Ma il vescovo ha pure ricordato don Pietro Damino, 95 anni, giunto al 71° di ordinazione e don Renzo Coccalotto, 96 anni, pure lui al 71° di Messa. Ed un pensiero pure a don Michele Pellegrino, chiusano, che studiò nel Seminario di Mondovì e poi si incardinò nella arcidiocesi di Torino: festeggia il 50° di ordinazione. Infine il pranzo comunitario in Casa “Regina”.

Omelia del vescovo Egidio in occasione della Giornata di fraternità con il ricordo degli anniversari di Ordinazione

Santuario di Vicoforte, 17 maggio 2018
L’annuale giornata di fraternità ci raccoglie in questo luogo di preghiera per un grazie corale a Dio. I festeggiati innalzano al Signore il Magnificat nel ricordo anniversario della loro ordinazione, ciascuno di loro a buon diritto dice “grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente”, perché davvero grande cosa è una vita spesa nel sacerdozio al servizio del Vangelo; ma al loro canto si unisce il nostro rendimento di grazie, di noi confratelli e diaconi, dei consacrati e dei fedeli presenti, quasi interpreti dell’intera chiesa monregalese. Tre parole vorrei, pertanto, far risuonare in me e in voi in questa circostanza: riconoscenza, fraternità, speranza

1. RICONOSCENZA

Celebrare le tappe di una vita sacerdotale (65°, 60°, 50°,40°, 25°) è anzitutto esprimere un atto di riconoscenza nei confronti di alcuni amici sacerdoti, evitando il rischio che la loro testimonianza e la loro fatica sia trascorsa invano, senza che alcuno si accorga di loro. Non accorgersi degli altri è peccato di omissione abbastanza frequente. L’ingratitudine è una forma di relazione disumana. Ho davanti agli occhi l’elenco dei festeggiati con i dati essenziali di ognuno. Guardando questo elenco si può ripercorrere una lunga stagione del clero monregalese, e intorno a quelle vite si intuisce la presenza e l’azione di sei vescovi (escluso il sottoscritto che non ha ancora meriti da vantare o colpe da farsi perdonare); vescovi, cari confratelli, che vi hanno ordinato o con i quali avete condiviso l’azione pastorale: penso a Mons. Briacca, Maccari, Brustia, Giustetti, Masseroni, Pacomio, quelli che, per un misterioso disegno della Provvidenza hanno contribuito a plasmare cammini originali, storie dissimili per ciascuno di voi. Guardando a voi si possono individuare tipologie diverse di presenza e di ministero: un vescovo, dei parroci, dei missionari, un teologo e docente, carismi e doni specifici con i quali il Signore ha reso bella la nostra Chiesa. Quanti cambiamenti sono avvenuti dal 1953 (anno di ordinazione di don Erasmo Mazza): sul versante delle vocazioni, del ministero, della pastorale!
Ma oggi, quello che vorrei fosse posto al centro della nostra attenzione, è la riconoscenza per il dono di questi sacerdoti e per il loro ministero. Dire “grazie” non è solo uno gesto di buon galateo, è molto di più. È riconoscere all’altro la sua esistenza e il significato del suo esistere. A ciascuno di voi oggi è bello dire: grazie perché ci sei stato per la gente, per i ragazzi, per le famiglie, per la parrocchia, per il presbiterio. Se nessuno te lo riconosce, è come se vanificasse la tua esistenza e quasi la distruggesse. La riconoscenza è l’atto con cui noi riconosciamo l’altro come dono importante per la nostra vita, come protagonista di una vicenda di bene. La diocesi, di voi, lo sa e lo riconosce: il tramandarsi dei valori, il tessuto stesso di una civiltà, passa non attraverso i grandi discorsi, i piani, i progetti. O, meglio, questi sono necessari. Ma, poi, non meno necessaria è l’umile azione quotidiana, la presenza di uomini dentro la società e la Chiesa che incarnino valori e progetti, che li attuino con i loro giorni, le loro notti, i loro gesti, la loro fedeltà. Grazie, dunque, perché con la laboriosità nascosta e insieme con la nobiltà di chi si fa servo voi avete speso la vostra vita al servizio del Vangelo.

2. FRATERNITÀ

A modo di premessa vorrei muovere dalla citazione di un articolo appena pubblicato di don Claudio Margaria su “La Rivista del Clero Italiano” e intitolato “La fraternità di Gesù. Un cammino per ogni uomo”, articolo che vi segnalo per una buona lettura. Scrive: “La parola fraternità rischia facilmente di essere usata, abusata o slavata. […] In ambito ecclesiale il termine racconta una storia lunga quanto il cristianesimo […] Il primo passo perché un discorso sulla fraternità sia udibile e promettente sta nel chiedere a noi stessi quali corde profonde tale termine fa risuonare nel nostro vivere. Significa cioè pensare, nella concretezza, che noi tutti veniamo da una famiglia segnata nella sua storia da fraternità vissuta, insieme realizzata e ferita. Essa ha dei volti, dei nomi, delle situazioni che ognuno si porta dentro. Questo vale ancor più per chi si ritrova nella vita a essere ‘confratello’ […] di altri uomini trovati o ritrovati lungo il cammino della propria scelta di vita. By-passare questo sguardo alla propria storia significherebbe evitare o schivare la realtà per produrre un discorso asettico […], rischiando luoghi comuni e retoriche stancanti quanto irreali”.
La Chiesa è il luogo della fraternità, dice Gesù. Quando racconta ai suoi discepoli lo stile con cui i credenti vivono insieme non trova altri termini che quelli della fraternità e della piccolezza (cfr. Mt 18). Essere cristiani vuol dire anzitutto essere piccoli. Non c’è spazio per la supponenza, quando si entra nella comunità dei credenti: il regno dei cieli lo si accoglie come bambini sorpresi dallo stupore per un dono grande che ci è stato usato. Un dono che è una responsabilità, perché Gesù subito aggiunge che il dovere di ogni persona che conosce Dio è quello di chinarsi sulle persone più deboli e fragili, sui peccatori, sui malati, su coloro che sono messi al margine della società. Non si è cristiani se non ci si sente compartecipi del loro destino. Guai a noi se sognassimo una Chiesa talmente pura e indefettibile da trasformarla in una élite per poca gente che si sente superiore agli altri. Ecco perché la nostra Chiesa è una fraternità. Nessuno di noi può vantare un lignaggio migliore di quello di un altro, nessuno è superiore ad un altro per meriti di aristocrazia, sia pure di matrice spirituale. Per questo motivo nessuno di noi si salva da solo, e la prima interrogazione che ci sentiremo ripetere nel giorno in cui saremo davanti al nostro Giudice verterà sulla nostra relazione con gli altri uomini. Forse sarà la stessa domanda con cui Dio ha braccato Caino, dopo che aveva ucciso Abele: “Dov’è tuo fratello?” (Gen 4,9). È la domanda che oggi dovrebbe riecheggiare nel nostro intimo. Ed è la domanda che sento pulsare dentro di me fin dal primo giorno che vivo in mezzo a voi. Dio mi interrogherà, mi chiederà conto del legame di fraternità che ho tessuto con ciascuno dei fedeli della Chiesa monregalese, e in particolare con i sacerdoti, perché nessuno di essi doveva stare lontano dalla mia preghiera, dalla mia cura e dalla mia preoccupazione.
Se la Chiesa è luogo di fraternità, a maggior ragione lo deve essere il presbiterio diocesano. Come evidenzia il Concilio, l’ordinazione e la missione rendono i sacerdoti “fra loro legati da un’intima fraternità che deve spontaneamente e volentieri manifestarsi nel mutuo aiuto, spirituale e materiale, pastorale e personale, nelle riunioni e nella comunione di vita, di lavoro e di carità” (Lumen Gentium n. 28). Non ci poteva essere definizione più completa, in quanto abbraccia tutti gli ambiti della nostra vita. Come è facile intuire ne derivano conseguenze spirituali e operative. “Nel presbiterio, innanzitutto ci si santifica; si comprende che la grazia sacramentale – che rende ‘confratelli’ – implica l’impegno ininterrotto e sempre rinnovato a diventare ‘fratelli’. […] Il primo dono che i presbiteri sono chiamati a offrire alla comunità cristiana non è una serie di iniziative o una somma di funzioni, ma la testimonianza di una fraternità concretamente vissuta, un servizio pastorale che sia segno credibile di una comunione non soltanto operativa, ma cordialmente fraterna” (Lievito di fraternità, n. 3). Così, all’inizio del mio episcopato, penso alla Chiesa che mi è affidata come popolo in cammino, come moltitudine di persone, che hanno davanti un sentiero spesso non facile, ma che può guardare al futuro con un po’ di fiducia, perché circondato da fratelli, perché nessuno di noi deve sentirsi solo. Altrettanto penso del nostro presbiterio, certamente affaticato da tanti problemi, ma spero mai scoraggiato, perché la fraternità è condivisione delle gioie e delle prove pastorali, luogo in cui fatiche e ferite possono essere curate, sopportate e superate. La fraternità, infatti, “è il risultato della carità di tutti, ma anche dell’umiltà e del sacrificio di ciascuno” (Lievito di fraternità, n. 3).

3. SPERANZA

Fiduciosi, mentre ricordiamo un passato, oggi guardiamo al futuro della nostra Chiesa e del nostro presbiterio. Vogliamo leggere i giorni che ci stanno davanti non come un difficile rompicapo dove i problemi della vita troncano la speranza. Semmai muoviamo i nostri passi nel mondo nutrendo una speranza pregiudiziale: la fede ci autorizza a questo. Essere uomini di speranza non significa avere il futuro assicurato, perché gli uomini di speranza sono uomini che vivono nel presente e che osano il futuro. Vedono ciò che non tutti riescono a distinguere, vale a dire la certezza che Dio è instancabilmente al lavoro nel suo mondo, che mai e poi mai lo lascerà appassire entro logiche di morte e di peccato. Gli uomini di speranza fanno memoria del sole quando il cielo è interamente coperto di nubi.
Certo guardiamo con realismo il presente, ovvero dobbiamo pure contarci. Ma se il presente lo guardassimo mossi da una logica prettamente umana, dovremmo nutrire solo cattivi auspici. Invece, niente spegne in noi la fede. È grazie agli uomini di fede che questo mondo, e questa nostra Chiesa nelle diverse epoche, hanno saputo costruirsi un futuro migliore. Dio chiede a tutti noi la follia del contadino, che consiste nel gettare per terra il seme abbondante, di nasconderlo in quel suolo nero ed avaro che nell’inverno sembra non promettere nulla di buono. Però i tempi di Dio non sono i tempi dell’uomo, e proprio ciò che istintivamente sembrava una follia appare invece come la lungimiranza di chi in estate miete un raccolto abbondante. È con questo spirito che dobbiamo lavorare, ma soprattutto dobbiamo testimoniare, ovvero, “seminare” la bellezza della vita sacerdotale, anche esteriormente, certi che la grazia di Dio compirà il resto.

4. AFFIDIAMOCI A MARIA, DONNA DELLE GRANDI IMPRESE

Poniamo tutti questi nostri desideri sotto gli occhi materni di Maria. Lei è stata la prima donna di speranza della nuova creazione, ed è bello in questo giorno pensare che l’avvento di Cristo nel mondo sia previamente passato da lei, che ci sia stato bisogno del “sì” di una donna per dare inizio alla redenzione. Maria è regina di tutte le grandi imprese che appaiono sproporzionate alle forze dell’uomo. Lei ci insegna che la nostra sola fatica consiste nel credere, nel non far dipendere tutto da noi, e di creare in noi stessi uno spazio, un piccolo vaso di terra dove la Parola possa crescere. “Si compia in me, secondo la tua parola”. È bastato questo a Maria per essere catapultata in un futuro che imparerà subito essere duro, fin dal primo giorno della sua gravidanza, un cammino irto di problemi che paiono complicarsi ogni giorno di più. Però Maria si porta in grembo il germe di una Parola che mette radici, e che in lei non cessa di moltiplicare i suoi frutti. Una Parola che è ancora viva in mezzo a noi, la stessa Parola a cui ciascuno di noi ha aggrappato la sua vita. Dio risponderà. Come risponderà ai gemiti di supplica così frequenti nella nostra umanità, come ascolta le voci di poveri, dei bambini, della gente umile che transita per il santuario di Vicoforte o nelle tante chiese di parrocchia, le cappelle più dimesse, che sono comunque ricettacolo della vita di tutti noi. Che in questo giorno di grazia ci sorprendano le parole del Vangelo, e la certezza che nessuna lacrima cadrà invano, nessuna domanda rimarrà senza risposta, nessuna richiesta resterà senza soddisfazione: Dio opera per la nostra felicità. E che in questa giornata e sempre, noi possiamo raccontarci che c’è una misericordia per la vita di tutti noi, che nessuno è dimenticato, e che noi – poveri uomini – abbiamo potuto contemplare qualcosa della inaspettata bontà di Dio. Lo auguro di cuore, a voi e a me.
+ Egidio, vescovo

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