Risonanze Poetiche: La voce dell’Orfano di Marco Pelliccioli.

Marco Pelliccioli con il suo libro "L'orfano" dà voce alla solitudine dell'essere umano, sull'orlo della frattura scomposta dell'essere al mondo, davanti al mistero della realtà.

di VALENTINA COLONNA

Marco Pelliccioli, nato a Seriate (Bg) e di origine salentina, ha pubblicato per la poesia, oltre a L’orfano (LietoColle-Pordenonelegge, 2016), C’è Nunzia in cortile (LietoColle, 2014) e Vapore metropolitano (Albatros, 2009); per la narrativa ha pubblicato A due passi dal treno (Eclissi, 2015). I suoi libri hanno ricevuto numerosi riconoscimenti prestigiosi. Si dedica anche alla scrittura per il teatro. Le sue poesie sono intrise di questa ricchezza scrittoria che spazia oltre il verso, esplorando gli altri mondi, fermando le visioni del quotidiano, come in quadri che vivono.

Tram n. 3

 

Un tempo passava di qui, il tram numero tre

raccattava gli operai, le mogli, per giungere in città

neppure fosse un aeroplano, o un animale strano:

quando arrivava a capolinea

la trattoria dell’Alba, i panni, i cenci appesi,

i monelli dell’asilo correvano per strada

all’osteria del Nino poggiavano i bicchieri sulle botti

chi saliva a bordo notava risentito le Nazionali accese....

Poi una mattina, un giorno, non sei più ritornato

la Bruno alla fermata, i pugni stretti ai fianchi,

ti aspettò tre ore con il biglietto in mano

e ancora alla finestra in via Furietti a volte

ascolta le porte, le ruote, i freni, i fari,

che ormai non sono più

e nella veglia stende i panni logori nel vento...

Marco Pelliccioli, L’orfano, Lietocolle-pordenonelegge.it, 2016.

Cos’è la musica della poesia per te?

Credo che la musica possa essere considerata la sorgente della parola poetica, almeno così accade quando un mio testo prende origine. A partire da un’immagine (dal suo “punctum”, direbbe Roland Barthes) nasce un ritmo sul quale le parole, a poco a poco, appianano, dando vita a un testo simile a una partitura musicale, con un tempo, pause, armonie, melodie e via dicendo. Almeno questo è nelle intenzioni.

La forma di un testo poetico credo sia molto vicina a quella di uno spartito musicale, penso per esempio alla relazione che possiamo cogliere tra la durata di una pausa e una scelta di punteggiatura, o di un “a capo”, per non parlare del tempo o di un motivo che viene introdotto per evolvere, abissarsi e poi ricomparire.

Ritmo e musicalità del verso credo siano due aspetti importanti sui quali poter lavorare, senza costrizioni formali a priori ma con moti espressivi che appartengono alle ragioni e alle necessità del testo.

La lettura (ad alta voce) del testo poetico: qual è secondo te il rapporto della voce col testo e come definiresti il tuo “modo” di leggere?

In fase di composizione credo sia importante leggere ad alta voce le parole, sentirne il peso, la portata, la necessità, il sostrato fonetico della propria lingua d’origine (regionale, provinciale, o persino locale). Come credo sia importante leggere ad alta voce (anche se di voce interiore può trattarsi) alcuni autori.

Al tempo stesso, però, non credo che la poesia sia un’arte performativa, può essere presentata a un pubblico con una lettura ma il suo destino, in fin dei conti, penso sia la pagina, per una fruizione differita che il lettore, in base alla propria esperienza, può completare.

Riguardo il mio “modo” di leggere posso dire che quando leggo cerco di riportare in superficie quei moti interiori che hanno generato il testo. Cosa per niente semplice. Sentire una certa tensione da parte di chi ascolta, però, può aiutare...

Come definiresti o descriveresti la poesia e il suo rapporto con le altre arti?

 

Senza dire nulla di nuovo, credo che tra la parola, la musica e le arti visive esista una relazione significativa. Relazione che, almeno in parte, spiega il mio amore per il cinema e la mia formazione, seppur breve, musicale nell’infanzia e nella prima adolescenza. Penso sia importante esplorare e approfondire queste relazioni, le influenze reciproche, le contaminazioni, e conoscere, conoscere il più possibile: mi spaventa una certa “settorializzazione del sapere” (se così si può chiamare) per cui viene escluso ciò che non rientra nel proprio ambito di interesse. Tuttavia, se all’origine del proprio lavoro poniamo domande che da sempre hanno riguardato l’uomo, difficilmente questo avverrà. Il resto deriva dalle proprie inclinazioni e dalla propria formazione.

Definire la poesia penso sia molto complesso. La poesia è una continua, irrisolta e vertiginosa interrogazione del reale. Come suggerisce un caro amico, il problema sta nel capire quali domande porre, ma non credo si possa definire (in modo esatto, forse neppure parziale) la natura di queste domande.

 “L’Orfano” è il tuo ultimo libro uscito per Lietocolle (La gialla Pordenonelegge, 2016). Chi è l’orfano nella tua poesia e l’orfano nel nostro tempo?

Nel mio ultimo libro “l’orfano” è colui che interroga i luoghi, le radici e la memoria interpellando le voci dei vivi, le voci dei morti, la voce di un migrante (che attraversa il continente africano dal Mali al Mar Mediterraneo) e la voce di chi sta per venire al mondo. In questo movimento “l’orfano” testimonia una perdita, una frattura, un legame reciso ma, al tempo stesso, una condizione comune: quella di un uomo (popolano, straniero, non ancora nato) destinato a ritrovarsi solo, abbandonato di fronte al mistero del reale, un abisso nel quale la parola poetica, forse, può divenire strumento di conoscenza.

In un’epoca come la nostra, dominata sempre più da una dimensione asfittica e ingombrante del presente, “l’orfano” è colui che compie un passo indietro, recede, sospende la logica del tempo utile per approdare a un tempo sospeso, un tempo nel quale il presente tende a essere un fenomeno che porta con sé le tracce e le testimonianze di quanto ci ha preceduto, mettendo tra parentesi l’io per dare a spazio al noi, a quel legame che ci riguarda e che, probabilmente, può svelare alcune verità non favorite da una certa ossessione del .

Il tuo libro lascia al lettore la sensazione di un cammino coi passi ritmati del passeggio, che da terreno si fa sempre più aereo, quasi prendendo aria al suo interno, facendosi luce. Ti riconosci in questa definizione? Come si svolge e da dove nasce la tua scrittura poetica?

La mia scrittura nasce da un corpo, un oggetto, un dato reale ruvido dal quale, però, tende a liberarsi, come se l’impronta realista che mi scuote volesse a poco a poco dissolversi per far affiorare in superficie i moti emotivi di quei corpi e di quegli oggetti... In questo senso mi ritrovo nella definizione che proponi, in particolare quando parli di “passeggio”: quello che scrivo nasce camminando all’aria aperta, mai per intenzione, sempre per stupore...