Maniaci di Cyberpunk

È uscito uno dei titoli più attesi dell’anno. Nato da un gioco di ruolo degli anni ‘90 che permetteva di sognare un futuro distopico

a fatto molto parlare di sé nelle ultime settimane. Gioco attesissimo, da otto anni in lavorazione, al suo esordio ha mostrato numerosi bug che hanno costretto Sony a ritirare il titolo per PS4. Le polemiche dei giocatori, anche legittime, hanno in parte offuscato così il fascino di questo gioco, che è innegabile anche per chi è meno addentro alla scena videoludica odierna. La sua ispirazione è Cyberpunk 2020, RPG cartaceo del 1990 che cercava di immaginare come sarebbe stato il mondo cui oggi siamo dentro. Un gioco nato sulla scia del cyberpunk, storico movimento fantascientifico nato all’indomani dell’onda punk, verso il 1977 (forse quel 2077, che chi scrive con ogni probabilità non vedrà mai, ne è una celebrazione). È l’anno in cui inizia a muoversi l’avanguardia dei Mirrorshades e 2000 AD, rivista del fumetto fantascientifico inglese, che lancia il personaggio di Judge Dredd. In Italia, il successo di “Cyberpunk” il gioco era seguito ai primi fermenti, anche qui da noi, di quella rivoluzione tecnologica di cui oggi vediamo alcuni esiti: la rete internet di massa coi protocolli WWW (1991), i primi esperimenti sulla realtà virtuale (magnificati da un modesto film come “Il tagliaerbe”, 1992), un fumetto innovativo come “Nathan Never” e il suo doppio underground, “Arthur King”, e perfino film come “Nirvana” (1996), un po’ dopo, con Stefania Rocca (attrice dalle radici cuneesi) nella parte di una intrigante hacker dai capelli blu. “Cyberpunk”, senza alcuno strumento tecnologico a parte carta, matite e dadi, permetteva di sognare un futuro distopico ma affascinante, proprio mentre i padri del genere cyberpunk, Gibson e Sterling (per un certo periodo poi residente a Torino) lo dichiaravano superato dal reale e si imbarcavano nell’avventura dello steampunk con “La macchina della realtà” (1991). Per tutto il ’90 quegli impulsi furono una guida importante per almeno una parte di una generazione, stimoli non più così underground ma non ancora del tutto mainstream, che abbiamo in parte voluto ricostruire, in modo non esaustivo, in questa pagina. Il trionfo del cyber (ripulito delle componenti più punk) sarebbe arrivato con “Matrix” (1999) delle Wachowski. Ricordo che all’epoca lo vidi su una videocassetta introdotta da un noto spot adrenalinico che chiariva in modo perentorio: “la pirateria informatica è un crimine”. Sacrosanto, ma un po’ paradossale in un film che ne era la più entusiastica esaltazione, sogno di un futuro da incubo ma colmo di romanticismo gotico (non a caso, un altro titolo chiave è “Neuromancer”: “negromante neurale”, ma anche “neoromantico”). Oggi quel sogno è qui, ed ha l’aspetto di uno schermo mal sintonizzato: sia nel mondo esterno, dove il cocktail di pandemie, hacker, strapotere dei media, disastro ambientale... non ha il fascino che avevano nella fiction, sia nel mondo dietro allo schermo, dove “Cyberpunk” si sprofonda in un coacervo di glitch.