Il cielo su Roma (e le parole sotto)

Nicola Duberti sulle particolarità del Romanesco: unico dialetto a non derivare dal latino ma direttamente dall'italiano

L’Unione di qualche settimana fa ha dedicato due begli articoli al romanesco, scritti da Lorenzo Barberis e Viter Luna. Mentre mi godevo la loro lettura, ecco che mi è venuto un dubbio: i lettori sapranno che il romanesco è diverso da tutti i cosiddetti dialetti italiani?
Boh, non so dare una risposta. Forse lo sapete tutti, forse solo qualcuno. E allora magari vale la pena rifletterci un momento. In che cosa il romanesco è diverso da tutti gli altri dialetti italiani? Nel senso che è l’unico a essere un dialetto dell’italiano. Nessuno degli altri lo è: il dialetto di Ormea, quello di Ascoli Piceno, quello di Sant’Agata dei Goti, quello di Arbatax, tanto per prenderne quattro a caso, sono tutti eredi diretti del latino parlato in zona, perciò se volessimo potremmo dire che sono tutti dialetti del latino. Uno di questi dialetti del latino era quello di Firenze, che poi per varie ragioni (tutti sappiamo quali) ha fatto carriera ed è diventato lingua nazionale. Ma in partenza il dialetto di Firenze, quello di Pietra Ligure, quello di Chioggia, quello di Canicattì sono tutte lingue sorelle, ugualmente figlie dello stesso padre, il latino.
Il romanesco, no. Il romanesco è un dialetto dell’italiano, o meglio del toscano, anche se in modo del tutto particolare. E qui già sento un rumore di fondo: ma come, proprio la città in cui il latino è nato, cioè Roma, ha un dialetto che non deriva direttamente dal latino? Sì. E no. Perché in realtà nel Medioevo lo aveva, eccome. Roma aveva un dialetto, vivacissimo, con cui nel Trecento furono scritti anche molti testi, fra cui la Cronica, nota anche come Vita di Cola di Rienzo. Il testo si può scaricare in pdf dal sito www.liberliber.it e chi abbia voglia di farlo e di dargli un’occhiata si renderà facilmente conto che quella lingua ricorda molto più l’odierno napoletano che il romanesco di Belli. «Saccio ca moita iente me teo in vocca per questo che dico e faccio». «Sacciate ca questa notte me dego fare cavalieri. Crai tornarete, ca oderete cose le quale piaceraco a Dio in cielo». «Lo cuorpo dello legato fu opierto».
Bon, basta esempi! Già da queste tre frasi si capisce che questa lingua ha ben poco a che fare con il romanesco di oggi – che invece nasce fra la fine del Quattrocento e il Cinquecento, quando Roma subisce un vero e proprio cambio di popolazione e i papi di origine toscana inducono numerosi toscani, lombardi e forestieri in genere a trasferirsi nella capitale dello Stato della Chiesa. Così Roma diventa prima del Novecento l’unico luogo della Penisola in cui si parli se non proprio italiano, almeno qualcosa che gli assomiglia molto. Il romanesco, appunto – come quello pop dei film di Verdone, o del rap di Colle der Fomento.